Il giovane antropologo

Come è finito un docente delle migliori università inglesi di fronte al tribunale popolare di Kongle, riunito per chiarire una diatriba riguardante oltre tremila cespi di lattuga? Questa è solamente una tra le tante bizzarre vicende che accompagnano l'antropologo Nigel Barley durante il suo viaggio alla scoperta dell'Africa e della popolazione indigena dei Dowayo, abitanti delle montagne del Camerun nei pressi di Poli. Tutto ha inizio dalla necessità di svolgere ricerca sul campo, motivazione che spingerà Nigel a confrontarsi con le insidie del bush: si scopre così che alle difficoltà di spostamento si sovrappongono le malattie, la solitudine, la mancanza di dialogo con persone culturalmente affini e una burocrazia talmente opprimente da impedire la più semplice operazione di ricerca. Eppure in tutto ciò vi è la possibilità di trovare conforto nelle "missioni", nell'ospitalità di un popolo particolarmente buffo e allegro, capace di stupire qualsiasi osservatore - e lettore - tramite le sue bizzarre usanze... alt
Nigel Barley colora le sue righe con quel brillante tono di relativismo culturale di cui Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf sono stati maestri; tuttavia l'autore preferisce regalarci intatte tutte le sensazioni che hanno caratterizzato la sua esperienza, tramite un lavoro dall'impianto autobiografico che non si presta a speculazioni eccessivamente filosofiche, teoriche o retoriche. L'antropologia delineata da Barley risulta così priva di tratti scolastici o peggio ancora pedanti e mantiene viva la materia utilizzando la semplicità di un metodo d'osservazione diretto, privo di qualsiasi filtro. Siamo così trasportati in un esilarante gioco di specchi, nel quale il bianco europeo appare indigeno all'occhio del fratello africano ed egli, per quanto diverso, risulta simile a noi: se non nelle sue usanze, per ciò che riguarda il suo pensiero.

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