Il girasole

Il girasole

Karl, un soldato tedesco di ventuno anni arruolatosi volontario nel corpo militare delle SS, giace moribondo in un letto di ospedale di Leopoli. A causa dell’esplosione di una granata ha perduto la vista, il suo viso è straziato e anche il torace è segnato dalle numerose ferite inferte dalle schegge. Ha chiesto a un’infermiera di pregare uno dei prigionieri ebrei costretti a lavorare nel cortile di recarsi al suo capezzale. All’uomo che ora gli siede accanto, incuriosito e riottoso al contempo, stringe la mano e narra brevemente della sua giovinezza. Ma di lì a poco il racconto assume i contorni di un’autentica confessione, relativa a un crimine orrendo e disumano di cui è stato tra i protagonisti un anno prima durante la campagna di Russia. Quando nella città di Dnipropetrovsk rinchiusero oltre duecento ebrei, fra i quali molte donne e bambini, all’interno di un’abitazione e li arsero vivi. Da allora il giovane non ha più trovato pace. L’immagine di un padre e di una madre che si gettavano in fiamme da una finestra con il figlioletto tra le braccia per poi essere finiti dai colpi di mitragliatrice non fanno che tormentare la sua coscienza. Per questa ragione, prima di morire ha invocato la presenza di un ebreo a cui chiedere di poter essere perdonato…

L’uomo che in quell’ora ne raccolse la confessione e gli negò il perdono risponde al nome di Simon Wiesenthal, (Bučač, 31 dicembre 1908 – Vienna, 20 settembre 2005) ingegnere e scrittore austriaco divenuto noto perché, dopo essere sopravvissuto all'Olocausto, consacrò la propria esistenza a un’infaticabile attività di raccolta di informazioni sui latitanti nazisti per poterli rintracciare e assoggettare al verdetto della giustizia. Pubblicato per la prima volta nel 1970 ma più volte rieditato nel corso degli anni, il libro non nasce dalla volontà dell’autore di rievocare l’episodio. Ma piuttosto dalla necessità di interrogare se stesso e personalità di diversa estrazione culturale, politica e religiosa, i cui contributi sono contenuti nella seconda parte del testo, se la scelta di negare il perdono al giovane militare abbia costituito a sua volta un errore. Se è vero che, accendendo il lampioni della storia, ogni cosa apparentemente semplice diventa complessa, la riflessione collettiva sorta attorno al quesito non segna un punto definitivo a favore della necessità incondizionata del perdono. A risultare prevalente è la tesi che esso possa solo restare collocato nel cuore della nostra esperienza personale. Vale a dire nella sempre rinnovata verifica che ognuno di noi è disposto a fare del giudizio di valore attraverso l’esperienza e la critica. Proprio come negli altri campi di ricerca e di verità.



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