Il gran bazar del XX secolo

Marzo 1945. L’inverno più freddo di sempre sta per finire, ma sembra non voler andarsene più. Genova è occupata dai nazisti e presidiata dalla Guarda Nazionale Repubblicana fascista. La Città Assediata, come la chiama Anselmo Magnasco, vive una cupa disperazione, sottoposta a duri bombardamenti e a razionamenti di viveri. E profondamente depresso lo è anche Magnasco, reduce da ben due tentativi di suicidio (il primo nel “maggio del 1936, poco dopo l’ingresso delle truppe italiane in Addis Abeba”, il secondo “poco dopo la Conferenza di Monaco, nel settembre del 1938”). Rampollo di una famiglia benestante – il nonno Augusto è stato un imprenditore brillante, prima di partire per l’Indonesia e tornarne, dopo anni, pazzo, tanto che la famiglia lo ha dovuto far internare in manicomio – caduta in disgrazia dopo il crollo del Credit-Anstalt di Vienna nel 1931, Anselmo fa il giornalista a tempo perso, ma avrebbe voluto fare il poeta e lo scrittore, figuriamoci. Vive in una “villetta modesta e un po’ sbilenca”, sporca e disordinata: è talmente malmesso che i ragazzini del quartiere lo chiamano l’Uomo Scheletro. La sua vita va avanti tra film pessimi visti in cinema deserti, incubi inquietanti – quasi sempre ambientati anch’essi dentro a un cinema o dentro a un film – e visite al bordello di via Chiabrera, dove “esercita” una ragazza, Teresa, di cui si è un po’ innamorato. In casa non c’è più nulla da mangiare, tranne tre barattoli di miele (ma poche cose nauseano Anselmo come il miele) e qualche pasticca di stenamina. Bisognerà provvedere in qualche modo al cibo, pensa infastidito Magnasco quella mattina, ma ha deciso che prima farà una visita alla tomba di famiglia al cimitero di Staglieno e poi passerà al bordello. Eros e Tanathos, come suol dirsi…

Ambientare un romanzo del Ciclo di Cthulhu sullo sfondo della fase finale, agonica della Repubblica Sociale Italiana. Aggiungere il fascino arcano dell’orrore “cosmico” del pantheon alieno immaginato da Howard P. Lovecraft all’atmosfera apocalittica del crollo del fascismo e del nazismo, con tutto il suo portato di crudeltà, follia, disperazione, violenza e nichilismo. Questa è un’idea geniale, punto. Ma se Pier Paolo Pasolini nel suo Salò o le 120 giornate di Sodoma – non a caso film “maledetto” per antonomasia e in qualche modo persino legato al martirio del poeta, scrittore e cineasta – aveva saputo perfettamente cogliere (e rendere) il fascino morboso di quel momento storico e lo aveva felicemente correlato alle sfrenate favole sadomasochistiche di Donatien-Alphonse-François de Sade, Stefano Trucco tradisce in parte le attese del lettore. Il bibliotecario genovese, già finalista qualche anno fa a “Masterpiece”, poco fortunato talent show per scrittori, è sì bravo nel descrivere la Città Assediata e i suoi spauriti abitanti (e i soldati tedeschi e i miliziani fascisti sono i più spauriti di tutti), è sì bravo nel tessere attorno al suo protagonista una tela di ragno di segreti familiari davvero spaventosi, è sì bravo a suggerire una chiave di lettura metaforica che è (anche) una feroce critica della modernità, è sì bravo nel costruire un plot perfettamente coerente con il canone lovecraftiano – Genova e Innsmouth sono poi così diverse? – anche se l’espediente narrativo del libro maledetto à la Necronomicon (qui è un De rebus absconditis a constitutione mundi pubblicato nel 1779 da Emerenziano Sanguineti, vescovo di Chiavari) è oramai frusto e stanco, ma commette un peccato mortale, imperdonabile. Vada per il citazionismo pop, ma leggere frasi come “È lui o non è lui? Cerrrto che è lui!” oppure “Mi chiamo Magnasco. Risolvo problemi” in un libro del genere è più che irritante, è inaccettabile.



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