Il grande animale

Il grande animale

Il primo è un gatto, piccolo d’età, col pelo bianco. È morto per avvelenamento e un amico, a conoscenza di quella passione che stava cercando la sua via per sbocciare, gliel’ha portato. Francesco Colloneve lo tiene per un po’ tra le braccia, studia e contempla quel corpicino privo di vita, poi si mette all’opera. I tassidermisti sanno bene che è molto più difficile fare un buon lavoro su un cadavere di piccole dimensioni e per Francesco la sfida è proprio lì. Se non riuscisse nel suo intento, se il risultato non fosse stato all’altezza delle sue aspettative, probabilmente non ce ne sarebbero stati altri. Invece quel gattino bianco dopo dieci anni fa ancora bella mostra di sé e sulla carta intestata delle fatture, accanto al suo nome, c’è un ghiro azzurrino la cui posizione alcuni clienti gli chiedono di replicare per i loro animali. Francesco Colloneve è un tassidermista e con dedizione e pazienza incarta e imballa tutti i suoi strumenti, i coltellini di ogni foggia e misura, le spatole, i pennelli, le forbici, le pinze, i trapani, gli aghi, li prepara per spedirli all’indirizzo di suo padre: è lì che si sta trasferendo, per assisterlo. Ed è lì che si fa portare anche l’enorme scatola di latta con il serpente africano di oltre due metri immerso nella naftalina, continuerà il suo lavoro nello sgabuzzino liberato dalle scope…

Un esordio originale e affascinante, questo di Gabriele di Fronzo, che non ha scelto fino all’ultimo il nome del suo protagonista: centoventicinque “quadri” spiazzanti, allegoria in bilico tra la vita e la morte. Il lavoro meticoloso e solitario dell’imbalsamatore che rende in qualche modo la vita a corpi morti si interrompe solo per assistere il padre nel suo fine vita, tra ricordi di un passato ancora vivido che si insinuano nel presente tra le pieghe di un’immobilità asfissiante. La maniacale e ritualistica ricerca del vuoto per ricostruire diventa metafora del liberare e liberarsi, ogni gesto diviene simbolo, ogni parola scabra e scarna come i gesti del protagonista, senza fronzoli, senza tentennamenti. Una riflessione spietata e profonda sulla famiglia, sul rapporto tra un figlio e un padre sospeso e irrisolto, sull’ineluttabilità del tempo, sull’eternità del corpo che non viene corrotto e degradato. Un romanzo claustrofobico e oscuro dall’indubbio fascino, l’ossessione, la solitudine, il piano finale, per esorcizzare la morte, il male di vivere, la spietatezza dell’esistenza.



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