Il grande disegno

Il grande disegno

Il leggendario Richard Francis Burton  - l'uomo morto 777 volte e 777 volte risorto, colui che ha avuto il coraggio di sfidare i misteriosi Etici per scoprire cosa si nasconde dietro alla creazione di questo bizzarro Aldilà in cui pare siano stati riportati in vita tutti gli esseri umani nati e morti prima del 2008 - e la sua compagna Alice Hargreaves, con l'alieno Monat, la donna della Pelasgia pre-ellenica Owenone, l'ex scrittore Peter Frigate con la sua Loghu e la coppia di neanderthal Kazz e Besst percorrono la via del Fiume su un cutter monoalbero, da quasi venticinque anni. Tra la gente che vive sulle infinite sponde ormai circolano voci inquietanti sulla fine delle resurrezioni: la morte è tornata a fare paura. Dopo un catastrofico impatto con una gigantesca zattera-tempio comandata da un visionario babilonese, Burton e i suoi costruiscono una nuova barca e si accingono a riprendere il viaggio, ma poco a poco grazie all'animalesco ma infallibile istinto di Kazz, Burton inizia a sospettare che Monat e Frigate non siano chi dicono di essere, ma agenti degli Etici sotto mentite spoglie. Infatti, migliaia di miglia lontano, il vero Peter Frigate cerca di evadere da un'esistenza anonima arruolandosi nell'equipaggio di Jack London e Tom Mix, che hanno fatto scalo vicino a dove è risorto e stanno per salpare in cerca di avventura. Intanto Jill Gulbirra, una tormentata australiana omosessuale che in vita è stata pilota di dirigibili fino alla sua morte - avvenuta nel 1983 in circostanze drammatiche dopo un litigio con la sua amante - dopo un viaggio solitario in canoa di 20.000 chilometri ha raggiunto Parolando. Qui, sotto la guida di Milton Firebrass e Cyrano de Bergerac, si sta costruendo il "Parseval", un enorme dirigibile progettato per volare alle sorgenti del Fiume, e lei non vuole rinunciare a salire a bordo per nulla al mondo. Il fondatore di Parolando Sam Clemens è ormai salpato da un anno a bordo del possente battello "Mark Twain" (sì, la cosa è orrendamente autocelebrativa, ma tant'è) e si è gettato alle costole di Re Giovanni, che gli ha rubato il primo battello, per consumare la sua vendetta...

Lunghissimo terzo capitolo per la saga del Fiume della Vita (a quanto pare Philip José Farmer originariamente lo aveva inteso come finale, ma poi strada scrivendo si è reso conto che ci provava ancora gusto), che qui come mai finora diventa un affresco corale e articolato. Non è agevolissimo seguire tutti i personaggi – per quanto diversi come retaggio, psicologia ed epoca di appartenenza, tutti ossessionati dal raggiungere le sorgenti del Fiume immane sulle cui sponde sono risorti senza sapere come e perché – ma è in compenso facilissimo seguire tutte le sottotrame che si intrecciano lungo il romanzo. Barche più o meno possenti e un avveniristico (forse troppo, Farmer per qualche ignoto motivo nel 1977 sembrava convinto che questo tipo di aeronave avrebbe avuto un futuro importante nei decenni successivi) dirigibile sono in costruzione per risalire il Fiume, e i personaggi si dannano per salirvi a bordo, punto. Sì, certo, ci sono agenti degli Etici che spuntano fuori come funghi, blande divagazioni sentimentali (nota di colore: stavolta si parla molto di omosessualità maschile e femminile) e ricordi di vite passate, ma il succo è sempre "Ehi, voglio salire a bordo costi quel che costi!", il che dopo un po' inizia a seccare il lettore o ad annoiarlo, che forse è anche peggio.

 

 


 

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