Il grande Iran

Il grande Iran

Il fascino dell’antica Persia degli Achemenidi e della Rivoluzione del 1979, raccontata “come una leggenda moderna” da Michel Foucault, ha sedotto il giornalista e ricercatore Giuseppe Acconcia: a un tratto, nel 2004, ha deciso di vivere più profondamente possibile immerso nella società iraniana odierna, nella bizzarra, complessa e poco accogliente città di Tehran, 15 milioni di abitanti, tappezzata da murales che inneggiano all’intifada o salutano i martiri della guerra con l’Iraq: una città dai due volti, uno povero, costituito da dedali di stradine, vecchi hammam, grandi parchi ed enorme bazar, uno più quieto, vivibile e occidentale. “L’Iran – riferisce Acconcia – è il paese del dispotismo e delle lotte civili, il più democratico del Medio Oriente per cultura politica e civile”: a Tehran l’università è un luogo surreale, dove studenti e attivisti si confrontano, con una passione rara o purtroppo ormai dimenticata in Europa, per discutere di democrazia, socialismo, anarchia, di Gramsci, di Sartre, di Hedayat, di diritti degli studenti e di riviste, col rischio d’essere arrestati o puniti. L’Iran, spiega Acconcia, “non ha mai assunto un atteggiamento aggressivo dopo il 1979 e neppure ha perseguito forme di esportabilità del modello khomeinista: ci ha pensato la cieca politica estera USA a creare il mito del Grande Iran: un paese ora essenziale, forse suo malgrado, per la soluzione dei principali conflitti, innescati proprio da attacchi esterni, dalla Siria all’Iraq fino all’Afghanistan”. In questo saggio Acconcia racconta l’Iran della dinastia Qajar, a cavallo tra Ottocento e Novecento, caratterizzato da una società tradizionale e islamica, fortemente rurale e tribale, col sistema educativo e giuridico già controllato, per lo più, dagli ulama, mentre segretamente s’andava organizzando un sotterraneo riformismo antagonista, socialista; poi si passa alla Rivoluzione islamica del 1979, raccontata a partire dagli antefatti (movimento costituzionale del 1905, proteste antimonarchiche degli anni Quaranta, colpo di Stato del 1953), passando per la sfortunata ed estrema politica “rivoluzionaria bianca” dello shah, avversata dai mullah (sostenuti dagli intellettuali riformisti), e per la carismatica affermazione di Khomeini, fondata sull’eguaglianza nel nome dell’Islam, contro il regime dello shah, sino alla disastrosa “rivoluzione culturale” della neonata Repubblica Islamica, con la progressiva cancellazione del pluralismo politico (etnico-politico, nel caso dei curdi) e con l’imposizione dell’islam come fondamento della legge e come base scientifica per lo studio della medicina, della geometria, etc. Quindi, Acconcia si dedica agli anni del riformismo di Khatami (1997-2005), considerato “emblema del cambiamento del khomeinismo dall’interno”, caratterizzato da varie aperture alla sinistra islamica e da un apprezzabile, maggiore dialogo col mondo della cultura e dell’università; dopodiché, si passa a una sintetica (molto) descrizione delle proteste del 2009 e del 2011 contro il presidente Ahmadinejad, ultraconservatore; infine, storia recentissima: Acconcia accenna alla svolta moderata di Ruhani, eletto nel 2013, e al primo accordo sul nucleare, completo di cancellazione delle sanzioni, apertura agli investimenti esteri e archiviazione di circa 35 anni di silenzio ufficiale tra USA e Iran. Si direbbe un momento epocale per l’Iran...

Giuseppe Acconcia, corrispondente dal Medio Oriente, ricercatore per la Bocconi e per la Goldsmiths University of London, saggista (Egitto democrazia militare, 2014), scrive per “Al Ahram”, “The Independent”, “Il Manifesto”; collabora con Linkiesta, Oil, Radio3Rai, Reset. Questo suo Il grande Iran è un saggio di estremo interesse, pubblicato in un periodo storico delicatissimo: è espressione di una sensibilità internazionalista, di una clamorosa apertura mentale, di una encomiabile solidarietà (nei confronti del popolo persiano; nei confronti del popolo curdo; nei confronti dei più deboli, in genere). Al di là degli aspetti politici e partitici, protagonisti incontrovertibili del saggio, non mancano approfondimenti dedicati al teatro e al cinema iraniano, ai giornali e alle (fondamentali) università, alla condizione delle donne, ai complessi rapporti tra iraniani ed egiziani, alle irrisolvibili contrapposizioni tra sciiti e sunniti, ai problemi ambientali. Non posso che consigliare calorosamente la lettura a quanti volessero avvicinarsi, con rispetto e con umiltà, all’altrimenti fitto mistero dell’Iran moderno, una nazione-rentier, come insegna il professor Hossein Bashiriyeh, docente di Sociologia politica all’Università di Tehran, più dipendente dal petrolio che dalle tasse imposte al popolo – e forse per questo relativamente indifferente alla sua opinione pubblica. Seconda solo alla Russia quanto a gas naturali (l’Iran ha il 18% delle riserve mondiali), a breve probabilmente autonoma a livello nucleare, l’antica Persia è destinata a giocare un ruolo da protagonista assoluta negli equilibri mediorientali e probabilmente mediterranei, con buona pace degli arruffati e convulsi approcci trumpiani. Qualche cenno ancora sull’edizione Exòrma: l’ouverture è un’intelligente e provocatoria prefazione dello scrittore Mohammad Tolouei, una meditazione su cosa sia l’Oriente e cosa sia l’Occidente che probabilmente soltanto un persiano poteva scrivere con tanta esattezza. Il testo è intervallato da diverse buone illustrazioni di Tuka Nayestani. In appendice, note, bibliografia e indice delle persone intervistate. Mi consento una timida richiesta da vecchio lettore di saggi sullo zoroastrismo: nel prossimo libro sull’Iran di Acconcia vorrei leggere un capitolo su cosa è rimasto di quella eccezionale religione monoteista che tanta influenza ha avuto sul cristianesimo e sul mondo greco-romano, in genere; vorrei capire cosa rimane del mazdeismo nell’Iran odierno, e cosa è andato perduto, da qualunque punto di vista; ho la sensazione che sia una religione “dormiente”, che a certi livelli l’islam degli sciiti altro non sia che una sorta di “cicatrice” di qualcosa di indicibile. Sbaglio?



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