Il grande libro dello scimmione

Carlo D. è un maggiordomo esemplare. In trent’anni di onorato servizio mai una sbavatura, mai un problema. Il custode silenzioso e discreto della camera da letto di uno dei leader politici più in vista del Paese, anonimo e quasi invisibile quando serve, preciso e ordinato in ogni sua azione. Perfino il suo linguaggio, sempre misurato con i termini e privo di qualsiasi inflessione, non mostra mai alcuna emozione che non sia adeguatamente regolata. Carlo è sempre stato così fin da piccolo, anche a scuola. I compagni di classe lo prendevano in giro per l’ordine e la minuziosità nello svolgere i compiti, nell’affrontare interrogazioni e verifiche in classe. Lo definivano tutti “secchione”. Carlo, però, non era interessato allo studio perché gli piaceva, era solo il suo modo di affrontare le cose: con ordine e precisione. Questa sua caratteristica lo rende ben accetto in tutti gli ambienti, costituisce il suo cavallo da battaglia. Perfino i giudici, durante il processo, ne apprezzano la voce calma e ben modulata e le parole sempre misurate. Sì, nonostante Carlo sia un assassino, sebbene abbia ucciso il leader politico in questione, rimane un apprezzato testimone dei fatti. Ma qual è il vero movente? Cosa lo ha spinto ad uccidere il suo datore di lavoro?

Il curriculum di Lorenzo Pompeo è di tutto rispetto, nessun dubbio a riguardo. Traduttore per conto di varie case editrici, esperto di letteratura slava, autore di raccolte di poesie e racconti, nonché di un altro romanzo. Attivo soprattutto nel campo della poesia contemporanea, collabora con diversi blog pubblicati sul web. Insomma, una persona ormai addentro al mondo della letteratura. A dispetto dei molti, troppi, refusi, il testo denota una cura dello stile e il tentativo di rendere al lettore il tipico linguaggio documentaristico dell’indagine giornalistica. Tuttavia, la struttura del reportage mostra la corda e risulta abbastanza artificiale per il lettore attento, il tono finisce per diventare vago e ampolloso. Più che un’indagine giornalistica, ricorda il classico tono un po’ altisonante della disamina accademica. Con i suoi eccessi descrittivi, i tratti fisici, gli aspetti reconditi del carattere dei personaggi, il romanzo stenta a trovare il ritmo narrativo giusto e non riesce a catturare il lettore. La storia in sé sarebbe potenzialmente intrigante e avrebbe beneficiato molto di un editing più accurato, orientato a migliorarne la resa e lo stile. Così com’è, invece, il romanzo è un’occasione mancata per l’autore e, soprattutto, per l’editore. Le pecche più vistose, in effetti, sembrano imputabili più alla scarsa cura editoriale che all’imperizia dell’autore. A volte, basta una lettura a voce alta per identificare i punti in cui il testo zoppica e fatica a raggiungere il gradimento del lettore. Ci sarebbe da chiedersi, inoltre, come mai un editore professionale si sia lasciato sfuggire così tanti refusi. Sono arrivato a contarne ben quattro nelle prime due pagine, uno molto vistoso addirittura nel frontespizio del libro. Questo non contribuisce certo a disporre il lettore all’umore ideale per apprezzare l’opera, visto il prezzo di copertina non proprio economico.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER