Il grande ritratto

Il grande ritratto

C’ è qualcosa dentro la macchina Numero 1, in quella zona militare 36 dove sono stati raccolti diversi studiosi in una equipe scientifica di massima levatura, previo loro consenso. Il professore Ermanno Ismani, matematico apprezzato, lo ha intuito. Sua moglie ne teme le conseguenze e la prorompente assistente Olga lo presagisce con i sensi, senza comprenderne i dettagli. D’altronde non poteva essere un caso che si ritrovassero in quel posto isolato dal mondo personalità di spicco della comunità scientifica per collaborare ad un progetto segreto. Facile pensare ad una nuova arma, ad una incredibile scoperta in campo bellico, ma in realtà l’enorme macchinario costruito all’interno di una montagna è il tentativo di riprodurre addirittura la coscienza umana, come ha rivelato Endriade, il deus ex machina. Lo scienziato è infatti capo della missione e appare sempre più consumato dal progetto, ma non recede ed anzi quasi secondo un piano già confezionato svela a poco a poco i dettagli dell’ambiziosa creazione. Ma l’aria è pervasa da malinconia, sensualità, ribellione. Come se ci fosse da qualche parte una donna, con tutta la sua femminilità. Anche la montagna pare tutta tesa a svelare il segreto. Una tensione latente. Gorgoglii, rumori improvvisi, quasi gemiti, una disperazione inconsolabile che pervade ogni centimetro di bosco e le formule matematiche emesse dal macchinario sembrano essere sul punto di svelare l’arcano ad Ismani…

Il sogno di una fanta-donna. Da plasmare, ricostruire, rendere docile ad ogni proprio comando. La meccanizzazione di un desiderio impossibile, di una volontà folle che eppure aleggia dentro ogni maschio, albeggia ai primordi della vita razionale e va abbuiandosi quando i ricordi sfuocano e la vita, lenta, discende verso il suo naturale e poco amato termine. Si tratta di congegni elettronici, ma c’è una prorompente ed eterna fisicità che si ribella in quel cocuzzolo adibito a centro sperimentale per realizzare misteriosi calcoli automatici che sconvolgeranno il destino prossimo dell’uomo, eruttati dal vulcanico scienziato Endriade, una moderna vulgata di classici e moderni predecessori di fattura letteraria, da Henry Jekyll a Victor von Frankenstein. Sfidare la natura cercando di adottare e padroneggiare l’ignoto, abilitando le proprie cervellotiche capacità per ridurre a pulsanti e meccanismi le nostre voglie più nascoste; la volontà di possesso e l’ignavia che si fa coraggio. Insomma: impegnare il proprio cervello e le proprie doti ingegneristiche per racchiudere in una macchina tutto ciò che si consideri utile o si necessiti di una lei. Ma l’anima non si può rubare. Un romanzo breve di Dino Buzzati, scorrevole, non tanto easy come la veloce dimenticanza e il lungo oblio lascerebbero presupporre, scritto con la consueta e disarmante facilità buzzatiana ed edificato su alcune tematiche di vasta portata e di innato fascino, tutt’altro che pellegrine ma come al solito, nell’autore bellunese, dense di ancestrali leit-motiv che legano e talvolta imprigionano l’uomo comune o meno alla riflessione sulle emozioni ed i sentimenti. Curioso segnalare che il testo fu scritto in brevissimo tempo per partecipare ad un concorso letterario indetto dal gossipparo settimanale “Oggi” nel 1959 sotto pseudonimo. L’autore non vinse, ma comunque, una volta svelato il proprio vero nome, fu ingaggiato per la pubblicazione dell’opera a puntate sulla rivista, prima dell’uscita in volume.



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