Il grido

Il grido

“L’ora del passaggio, l’ora del ritorno. Un’ora precisa in un giorno qualunque di un anno sconosciuto”. L’ora in cui operai e impiegati tornano a casa e chi lavora di notte, come lei, esce. A Lena piace uscire prima da casa per passare un po’ di tempo al Kraken, il bar dove i soliti – tutti uomini tranne Love Love, la barista ex puttana-bambina – giocano a carte o a dadi, mangiano un po’ di minestra per scaldarsi, si fanno qualche birra “antigelo purissimo, ambrata, gradazione superiore”, sudando davanti alle stufe elettriche. Fino a che, puntualmente, uno di quei due – “il poliziotto bastardo” Tito o la guardia giurata Monatti – decide di trascinare il giovane Duilio fuori, nella latrina, in cambio di qualche banconota. A Lena piace sedersi accanto a Stepan “e annusare l’odore dei suoi vestiti, puzza di grasso, combustione, alcol, tabacco, l’odore di un uomo che avrebbe saputo arrampicarsi sugli alberi, ma che si trovava costretto a raschiare il selciato, a muoversi con gli altri, ad essere quello che era”, a volte lui esce in cortile per fumare e Lena lo segue, così parlano un po’ e un po’ si baciano. Poi lei attraversa la città cercando di evitare i guai e le distese di corpi addormentati, tra la “smarrita orda di deambulanti” in cui si è trasformata la popolazione; tra i pochi taxi che sono gli unici mezzi di trasporto sopravvissuti allo sciopero perenne dei mezzi di trasporto; tra i Dormienti che frugano nei cassonetti e bivaccano accanto a fuochi dalle fiamme verdi non autorizzati accesi con materiali tossici; tra i “gabbiani bianchi contro la notte nera” e i “reggimenti di topi” che “si muovevano sotto gli ammassi di verdure rovesciate ai bordi dei marciapiedi”. Ogni notte Lena raggiunge la sua squadra di pulizie nel luogo stabilito da Lugo, il loro capo viscido e senza scrupoli che le sceglie tra giovani senza famiglia come lei, le sistema in topaie dormitorio e le manda via al primo problema, che sia una gravidanza una malattia o qualunque altra cosa. Lena ora ha trentacinque anni, è cresciuta nell’orfanotrofio delle Dame che non parlavano ma cantavano e a volte facevano molto spavento, e non sa niente della sua nascita, se non quello che le ha detto la maga nera Madame Sax nel tendone di un luna park emettendo una voce metallica dal foro nel suo collo: “Sei nata di notte, nel mezzo di una caccia selvaggia”. A quattordici anni, una notte, seguendo un nuovo odore mai sentito prima, aveva scoperto l’Orto Botanico e gli strani ragazzini che l’abitavano e Mendel, l’uomo albero che offriva loro l’Oblio. Anche lei l’aveva provato e poi era tornata lì tutte le volte che era riuscita a sgusciare fuori dal letto durante la notte. Ma per tutta la sua vita - e ora più che mai - anche senza gli strani francobolli di Mendel, Lena ha convissuto con le visioni, le immagini spaventose, le allucinazioni…

Luciano Funetta, classe 1986, pugliese di nascita e romano di adozione, ha cominciato a far parlare di sé con il suo primo romanzo, Dalle rovine, caso editoriale 2016, entrato nella dozzina finale del premio Strega dello stesso anno; a due anni di distanza, con Il grido si può dire che abbia suscitato lo stesso interesse, asciugando ulteriormente storia e stile ma ripercorrendo comunque una strada tanto interessante quanto difficilmente definibile e inquadrabile in uno schema preciso di genere. La definizione senza troppe esitazioni e quasi unanime di distopia – in alcuni casi ad onor del vero specificando “abbastanza sui generis” ‒ ha suscitato una smentita dell’autore che ha detto: “Non c’è distopia, non ce n’è traccia. Anzi, per alcuni aspetti Il grido è la parodia di un’aspirazione alla distopia. […] Di futuro non so parlare né scrivere. […] È piuttosto una ipertrofia del nostro tempo”, che sceglie come metafora, potremmo aggiungere, un mondo volutamente confuso tra quello dei vivi e quello dei morti, una specie di allegoria del nostro presente del quale sono esasperati gli aspetti più angoscianti o potenzialmente tali. Ad esempio, alle nostre assomigliano già abbastanza le solitudini dei personaggi che non si incontrano mai davvero, nemmeno nel pub – che non a caso si chiama Kraken, sì, proprio come il leggendario mostro marino. Nessun nome, d’altra parte sembra casuale in questa storia, a cominciare dal quello della protagonista che si chiama Lena Morse, chissà, forse per richiamare la sua vita parallela fatta di allucinazioni che sono appunto intermittenti e seguono codici misteriosi; e non sono casuali i nomi delle strane creature dell’Orto Botanico (tra tutti l’uomo albero che si chiama Mendel), luogo dell’Oblio e della pace, che alludono a mondi letterari, Mircea, Lucillo. Ha detto Funetta che Lena è capace di guardare negli occhi i suoi fantasmi ma che tutti ce li hanno: “tutti i personaggi hanno un grido personale, Lena è in grado di ascoltarlo nella sua vividezza e di alimentarlo. Per gli altri è una specie di borbottio, un dolore profondo e dimenticato”. Il paesaggio urbano nel quale si muovono questi personaggi è una città nella quale è collassato il sistema di rapporti umani, quello dei trasporti, quello della memoria. Il ricordo dei defunti, per esempio, è un fatto esclusivamente virtuale affidato ad un Portale Municipale che offre (oltre a svaghi di diversa natura) un servizio di sepoltura e cura delle tombe tramite un pc; sepolture inesistenti, per cui nessuno sa veramente che fine fanno le spoglie dei propri cari. Sappiamo che c’è stata una Europa e che non esiste più, sappiamo che forse siamo in Italia e che forse sono passati circa cento anni dal nostro tempo; ma ancora l’autore ha osservato che forse, tutto sommato, questi particolari non hanno importanza. Il grido è un romanzo certamente visionario, allucinato, caratterizzato da una vaghezza angosciante, che trascina il lettore con un fascino oscuro e ipnotico, ma ci si rende conto che è la scrittura di Funetta ad essere fortemente evocativa, espressionista, zeppa di immagini lisergiche e psichedeliche. Chi ha letto Antoine Volodine, per dire, ritroverà atmosfere simili e simili suggestioni. Siamo dalle parti del New Weird, insomma, quel sottogenere fantastico protagonista degli anni ’80 che vanta qualche buon esempio anche in Italia; eppure Funetta pare davvero una voce nuova che sembra promettere ancora tanto e soprattutto avere ancora tanto da dire. Il grido inaugura la collana Altrove curata da Michele Vaccari che ha detto: “Si tratta di narrativa di anticipazione, senza indicazioni negative di fondo o strizzate d’occhio moralistiche”, aggiungendo che si propone una maggiore divisione delle responsabilità tra autore e altri elementi della filiera, cosa che porta ad un miglioramento del prodotto finale. La lettura di questo romanzo è certamente consigliata a chiunque sia alla ricerca di qualcosa di nuovo nel panorama letterario italiano ma, in cauda, si permetta un sommesso piccolo dubbio. Resta al lettore la vaghissima sensazione che Funetta sorrida sornione dopo l’ultima pagina, soddisfatto per avergli fatto leggere bonariamente una specie di supercazzola (absit iniuria verbis naturalmente!) seducendolo con le sue parole come un abile incantatore di serpenti. Ma, se pure così fosse, il fatto è che l’effetto di questo incantamento ci piace, ci piace tanto. E ne vogliamo ancora.



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