Il guardiano invisibile

Il guardiano invisibile

“Brutta storia, capo. È una bambina”. È con queste parole che il viceispettore Jonan Eìxaide la accoglie sul luogo del ritrovamento immerso tra i boschi nella valle del Baztan, alle pendici dei Pirenei, dove l’ispettore Montes, la giudice e il medico legale sono già al lavoro, mentre con la torcia le indica un paio di scarpe nere di vernice a tacco medio, ordinatamente poggiate sul margine dell’asfalto sul ciglio della strada. Il corpo, invece, si trova vicino al fiume, giù nel burrone. Amaia Salazar è il giovane ispettore messo a capo delle indagini (anche in virtù dell’esperienza di un corso all’FBI) cosa che ha creato qualche malumore nella squadra; ma i suoi uomini – quasi tutti – ne apprezzano le indubbie qualità investigative e l’intuito. Davanti al corpo della ragazzina – Ainhoa Elizasu, tredici anni al massimo, gli occhi aperti una espressione di stupore, lo spago cerato che l’ha uccisa penetrato nella carne, le mani ai lati del corpo con i palmi rivolti verso l’alto, il vestito lacerato fino all’inguine, i peli pubici rasati – Amaia prima di tutto chiude gli occhi, svuota la mente e fa una preghiera. La scena macabra è realizzata con cura, fino al particolare finale inquietante, lo txatxingorri, il dolcetto tradizionale della Navarra, posato sul pube. Non passa molto tempo che viene ritrovata un’altra giovanissima vittima – Anne Arbuzu, quindici anni – nelle stesse condizioni e per Amaia è facile mettere in relazione a questi delitti anche la morte della diciassettenne Carla Huarte, ritrovata un mese prima di Ainhoa; lì mancava il dolcetto, o meglio ne restavano soltanto delle briciole, probabilmente perché qualche animale era stato attirato dal profumo, e nessuno ci aveva fatto troppo caso. Ormai è chiaro che nei dintorni della cittadina di Elizondo c’è un serial killer che, secondo un preciso rituale, uccide le sue giovani vittime, le porta in riva al fiume e le prepara mettendo in scena una rappresentazione personalissima di purezza virginale. Insieme ai peli pubici, accanto alle ragazzine, vengono rinvenuti anche peli di vari animali e questo ha fatto sì che tutti ormai attribuiscano i delitti al basajaun, in lingua basca “signore selvaggio” o “signore della foresta”, secondo la tradizione locale un genio benefico dei boschi alto, coperto di peli e dai capelli lunghissimi. La tradizione locale – come sa bene Amaia che a Elizondo è nata per poi allontanarsene appena ha potuto a causa di un passato che non riesce, e forse non vuole, ricordare e che appartiene alla sua infanzia – è piena di creature inquietanti, come le lamiak, le fate che pettinano i loro lunghi capelli biondi con pettini d’oro, e le belagiles, streghe potenti al servizio del male. Da queste presenza oscure la mette in guardia anche sua zia Engrasi, dalla quale la giovane, nonostante la forte razionalità, ha ereditato il dono di saper leggere i tarocchi. Ben presto, la tensione creata dagli omicidi e dalla consapevolezza che in giro ci sia un pericoloso assassino convinto di avere una missione da compiere, i ricordi che tornano ad affiorare nella loro spietata crudeltà (“Il male mi ha obbligata a tornare, i fantasmi sono usciti dalle loro tombe” dice Amaia), le tensioni familiari che accolgono la giovane ispettrice al suo ritorno a casa, si mescolano con le credenze locali, dalle quali nessuno, che si nato da quelle parti, può dirsi davvero abbastanza distante. Riuscirà Amaia a fermare l’assassino? E, per poterlo fare, saprà guardare in faccia gli incubi che di notte la tormentano da sempre?

Accantonati gli studi in legge, dopo aver lavorato nella gastronomia e aver scritto narrativa per l’infanzia, nel 2013 Dolores Redondo, spagnola classe 1969, ottiene un clamoroso successo con questo romanzo d’esordio, primo di una trilogia detta del Baztan, ambientata nella Navarra ai confini dei Paesi Baschi, che in patria ha venduto oltre un milione e trecentomila copie, è stata tradotta in più di 15 lingue e letta in 22 paesi e nel 2016 le ha meritato il Premio Planeta – cui si è aggiunto il 66° Premio Bancarella nel 2018 con Tutto questo ti darò che non fa parte della trilogia. Benché l’impianto poliziesco sia assolutamente classico, in questo romanzo non è la trama - che scorre lineare e senza clamorosi colpi di scena fino al finale davvero sorprendente soltanto per il lettore meno attento - la cosa più importante. Non sembri questa, però, una incongruenza; la lettura è infatti avvincente e intrigante ma rispecchia quanto la Redondo ha detto, “Mi interessa non tanto il crimine ma l’impatto che ha sugli altri esseri umani e mescolo i generi”. Nei suoi thriller è l’aspetto psicologico ad essere particolarmente curato, come anche la caratterizzazione dei personaggi, a cominciare dalla protagonista, l’ispettore Amaia Salazar che, tornando a casa per seguire le indagini, è costretta a fare i conti con un passato oscuro, inascoltato per anni, che però non l’ha mai abbandonata tormentando i suoi sogni, e che ora si è risvegliato; soltanto affrontando i suoi incubi e i suoi fantasmi personali le sarà possibile procedere nelle indagini. Questo significa per lei affrontare anche dinamiche familiari complesse che in qualche modo si intrecciano con le indagini stesse e fanno di questo romanzo, in aggiunta, anche una complicata storia di famiglia. C’è poi il terzo elemento, probabilmente quello più forte nelle storie di Dolores Redondo, ovvero l’ambientazione, le tradizioni, la mitologia basca – matriarcale e ctonia -, i luoghi, che sono parte integrante dei romanzi, oltre ad essere un palese omaggio alla sua terra. Come ha detto in una intervista a Mangialibri, il suo obiettivo era “rendere l’ambientazione una protagonista reale del mio romanzo, non solo uno sfondo. […] Per me il paesaggio è molto importante e la storia del territorio anche, con tutto ciò che lo riguarda: abitudini, aspetto geofisico, tradizioni”. Così, alle bellissime descrizioni di luoghi aspri e incantevoli si intrecciano antiche leggende e poteri ancestrali, tradizioni magiche e note sovrannaturali che creano un’atmosfera di fascinoso mistero. Appare, quindi, poco calzante il paragone che alcune riviste hanno azzardato con Fred Vargas, i cui romanzi non hanno questo fondamentale ingrediente ma risultano più “colti”, più puntuali riguardo alle importanti cornici storico- antropologiche, che creano una suggestione decisamente diversa. Scrittura agile e dettagliata, ritmo teso e trama abbastanza intrigante fanno il resto. Sempre a proposito dell’ambientazione, l’autrice ha confessato in un’altra intervista che non conosceva la zona ma di esserne rimasta affascinata dopo esservi stata in gita con la famiglia. Ha scoperto così questi luoghi in cui gli sforzi dell’Inquisizione spagnola non mai è riuscita a cancellare del tutto la religione precristiana ancestrale legata alla natura, lasciando segni profondi nel tentativo di sradicarla. I diritti cinematografici dei romanzi della trilogia sono stati acquistati dalla NADCON, casa di produzione della trilogia Millenium. I primi due film sono stai già realizzati, Il guardiano invisibile è arrivato in sala nel 2017 ed è stata una delle pellicole spagnole di maggiore successo dell'anno, il secondo capitolo, dal libro con lo stesso titolo, Inciso nelle ossa, è uscito il 5 dicembre 2019. Il terzo e ultimo film, che prende le mosse dal romanzo Offerta alla tormenta, avrebbe dovuto debuttare in Spagna il 27 marzo 2020, ma l'emergenza coronavirus ha fatto slittare l'uscita.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER