Il ladro di nebbia

Il ladro di nebbia
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Un acquazzone improvviso a marzo non è poi così improbabile. Difficile è, piuttosto, che Antonio Fante sia a contatto con la gente: nessuno è realmente degno di interesse poiché i dettagli che lo colpiscono rivelano solo vite scialbe ed insignificanti. Eppure lui, come gli altri, ha trovato rifugio in quel bar e, nonostante il rumore e il calore, riesce finalmente a scrivere l’ultima frase del suo romanzo. Il manoscritto sarebbe dovuto essere nelle mani del suo agente già a due settimane ma quel ritardo gli è perdonato: da quindici anni Antonio scrive, rigorosamente a mano, romanzi di successo. Dedicati in gran parte alla sua gatta Calliope, la sua unica vera musa. Terminata l’opera, esce incurante della pioggia incessante, e torna a casa. Un vicolo zeppo di motorini ai Quartieri Spagnoli. Come zeppo di lettere è l’androne davanti al suo ingresso. Ma anche di questo Antonio è assolutamente noncurante. Nel caos della sua casa, tra le foto sparse sul comò, un ritratto in carboncino cattura la sua attenzione: due occhi sconosciuti e un nome mai udito, Genève Poitier. Tra le lettere arrivate per il suo compleanno, una lo incuriosisce oltremodo: il mittente riporta, con la sua grafia, il suo nome. Destinatario della missiva la stessa Genève Poitier del ritratto. La lettera è stata scritta quindici anni prima. Una lettera che racconta del Regno delle Cose Perse e della necessità di dimenticare una colpa troppo grande: Antonio pare abbia ucciso un uomo…

Questo racconto non è affatto ciò che sembra: la vita di Antonio cinquantenne si intreccia ai suoi ricordi di bambino, all’immaginazione e ai sogni. Una storia nella storia. O meglio, tante storie in una. Un viaggio surreale (che ricorda le atmosfere del Momo di Michael Ende) nel quale le situazioni imprevedibili e gli strampalati personaggi possono essere compresi solo alla fine del percorso. Una fine che è conoscenza, riflessione e consapevolezza. Sostanzialmente, maturità. Una maturità che il protagonista sembra non avere affatto all’inizio del racconto. Antonio (che ricorda l’adorato Marcovaldo di Calvino) è un personaggio strampalato che fa tenerezza: asciuga i panni nel microonde e se non fosse per il suo agente, non ricorderebbe neanche il giorno del suo compleanno. Per ritrovarsi, deve necessariamente perdersi. Novello Dorothy in cammino verso Oz, Antonio deve raggiungere Tirnaìl, terra lontana dove tutto finisce “quando se ne smarrisce il ricordo”. Incontra personaggi improbabili (come per Alice nel suo viaggio nel Paese delle meraviglie), arriva in luoghi insoliti e, attraverso trovate di pura fantasia, presente e passato, vita e ricordo, sogno e realtà si mescolano continuamente. L’effetto sul lettore è spiazzante: la sorpresa e l’incredulità si alternano a riflessioni profonde sul senso della vita, ma soprattutto sull’importanza della memoria. Perché “Non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo”
(Isabel Allende).



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