Il lato oscuro del cuore

Il lato oscuro del cuore
Clara studia psicanalisi ma non è ancora una psicoterapeuta. Fino a tardi la sera si dedica ad esaminare casi clinici celebri che condussero alla nascita di questa nuova disciplina in quel momento delicato della seconda metà dell’800 quando, grazie a personalità come Charcot, Freud, Jung, la cosiddetta isteria (basterebbe l’etimo per dire tanto) osservata in alcune pazienti travalicò i limiti evanescenti e indefiniti nei quali si confondeva per avvicinarsi alla medicina. Bertha Pappenheim, Anna O., la stessa Sabina Spielrein: sono queste le donne, loro e le loro storie, all’origine di tutto. Quasi per caso Clara, un padre alle soglie della demenza senile, una madre morta quando era bambina, un fratello ambizioso, un amico-amante-fidanzato, si ritrova ad occuparsi di Wanda, una donna spaventata che rischia di essere implicata nell’omicidio di suo marito. Non è l’inesperienza che rompe gli equilibri di Clara, quanto piuttosto la brusca presa di coscienza che tutto ciò che ha studiato e tutta la sua vita fino a quel momento l’hanno tenuta come in un limbo, e che applicare le teorie psicanalitiche alla vita reale, quella che qualcuno ti racconta piangendo e tremando, non è affatto sufficiente; studiare non è lo stesso che ascoltare un’esistenza che si racconta fino a confondere ciò che è bene con ciò che non lo è più. Parlare con Wanda, ascoltare la sua storia sofferta significa per Clara affrontare domande difficili sull’amore, sul dolore, sulla frustrazione, sul piacere, domande che fluiscono tutte verso un solo grande quesito, quello che Qualcuno, ad un passo da essere giustiziato, si sentì porre dal Suo giudice: Quid est veritas? Come potrà Clara, smarrita nelle incertezze di tutte le pieghe della sua vita, accentuate ora dagli incontri con Wanda, aiutare la donna a riprendersi in mano la propria?
Torna alla narrativa dopo diversi anni Corrado Augias e lo fa con una storia tutta al femminile, rivelando una certa particolare sensibilità nel tentativo di avvicinare alle fondamenta le complessità delle donne, ovvero nei meccanismi complicati e delicati del piacere e del desiderio, pur attraverso lo schermo degli albori della psicanalisi e, per usare le sue parole, partendo “dalla consapevolezza che è nata come indagine del mistero femminile”. Attraverso il racconto parallelo dei casi clinici che hanno permesso le osservazioni divenute poi la base di questa disciplina non esatta (attenzione: non una scienza, osserva Augias in una intervista), e quello della vicenda di Wanda, donna irrisolta, vittima delle circostanze squallide di una vita sbagliata e della cosiddetta “sindrome del troppo amore”, Augias mette la sua protagonista Clara dinanzi alle personali incertezze di donna in quanto figlia, sorella, amante, professionista. Il medico insomma non sa curare se stesso, perché la teoria da sola non può bastare quando tra le mani hai materiale umano. Ha detto ancora Augias: “Il lato oscuro del cuore è quello che non possiamo governare “dove” si annidano i sentimenti rimossi, pronti a risvegliarsi e a scompigliare i destini”. Gli argomenti in questo racconto garbato e scorrevole, in qualche modo ispirato ad un fatto di cronaca come avverte l’autore nella nota finale, sono davvero tanti; in realtà verrebbe da dire troppi: essenzialmente l’universo femminile; il dolore come mezzo per esercitare il dominio sul corpo e sulla mente; i rapporti familiari alla luce dei vissuti più o meno frustranti di ciascuno; la pericolosa “piccola” malavita di una Roma popolare e di quartiere; i rastrellamenti degli ebrei all’epoca delle leggi razziali. Ci sono persino gradevoli riferimenti a personaggi reali che diventano parte integrante, benché marginale, della vicenda: il padre del giornalista Piero Angela, noto psichiatra, e il professor Luciano Canfora con il suo celebre papiro di Artemidoro. Come dire: troppa carne al fuoco. Resta in ogni caso una lettura appagante e gradevole che permette diverse riflessioni interessanti. Ad esempio sulla teoria, per certi versi spiazzante ma di sicuro affascinante, di Agostino secondo il quale la risposta di Gesù alla domanda famosa che Pilato gli rivolge è nell’anagramma delle parole, ovvero “Est vir qui adest”, la verità è l’uomo che hai davanti. Semplicemente quella. A ben guardare probabilmente il cuore e il vero senso dell’intero romanzo. Forse non un capolavoro, ma da leggere sicuramente.

 

 

 

 
 
 
 
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