Il lazzaretto Galleggiante

Il lazzaretto Galleggiante

Il flagello nero, la peste che ha sconvolto l’Europa e che ne ha decimato la popolazione, pare sul punto di fermare la sua scure, finalmente sembra arrestarsi. Nella seconda metà del Cinquecento l’epidemia sta lentamente allentando la presa e a Venezia, dove il morbo ha ucciso migliaia di persone gettando la città e il governo nel caos, si ricomincia a respirare. Il mercante Pietro Davanzo, uomo ricchissimo e dalla vita misteriosa ma piena di successi, muore in circostanze poco chiare. La dipartita crea un gran trambusto in città. Tra chi si domanda cosa abbia interrotto realmente l’esistenza dell’uomo e chi si chiede quale sarà il destino del suo immenso patrimonio, sono molti i concittadini di Davanzo che ne chiacchierano. Il patrimonio del mercante era sterminato e tra denaro, oggetti di valore e immobili, pare quasi che l’uomo possedesse l’intera Venezia. Chi potrà beneficiare di tanta ricchezza? A chi andrà il lascito di Davanzo? Nicola, giovanissimo nipote del defunto, è l’unico erede diretto. L’unico a poterne rivendicare l’appartenenza. Il ragazzo raggiunge Venezia da Padova, convocato con urgenza dal notaio che si occupa del caso dello zio, ma nonostante il patrimonio smisurato di Davanzo, Nicola pare poco interessato alla vicenda e i suoi occhi sembrano attratti maggiormente dai piaceri e dai segreti della città in cui si trova. Il tempo scorre, però, e amanti, figli mai riconosciuti, parenti alla lontana e amici del defunto si fanno avanti per rivendicare un pezzo di eredità, con loro persino funzionari della Repubblica, desiderosi di mettere le mani sulle ricchezze di Davanzo. Se dapprima il gareggiare di questa moltitudine è timido e quasi ordinato, piano piano l’incalzare degli avvenimenti lascia intendere come ogni personaggio sia disposto a tutto pur di accaparrarsi qualcosa. Ogni mezzo è lecito. La battaglia è aperta. Chi ne uscirà vincitore?

In una cornice trita e ritrita, Venezia all’alba dell’epoca moderna, si muovono i tipi umani di questa narrazione dalla trama lenta e farraginosa. Veneziano, classe 1951, Stefano Caroldi è uno di quei narratori amatoriali che nella vita si occupano di faccende ben lontane dal mondo letterario. Medico, per diversi anni ha pubblicato articoli e saggi su riviste scientifiche internazionali. Questo è il suo secondo romanzo, e l’inesperienza di Caroldi si avverte. Negli inciampi narrativi e stilistici, nella costruzione di frasi tanto artificialmente marcate da rasentare un bizzarro manierismo difficilmente digeribile. In personaggi poco convincenti e, anche se lungamente – troppo, lungamente – descritti, mal congegnati. In una storia che pare contorta per logiche inspiegabili. L’idea c’è. Ed è pure bella. Di gialli, thriller e noir medioevali e moderni ne abbiamo letti tanti, gli scaffali delle librerie sono pieni di romanzi e saggi del genere, ma Il lazzaretto galleggiante ha un’ossatura niente male, una trama che, anche se scontata, non soffrirebbe particolarmente se costruita con mano più esperta e narrata con penna più abile.



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