Il lercio

Il lercio
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  • Bruce Robertson, anzi il sergente investigativo Bruce Robertson, lo sa: i giochini sono tutto, sono l’unica arma che si possa imbracciare contro la consuetudine che ti uccide. E Bruce sa anche che quando te ne stai lì e pensi solo al lavoro, finisce che il lavoro ti domina e ti tiene in pugno, così la realtà viene deformata da quella lente di quotidianità, e ogni altra aspirazione viene soffocata. L’inverno sta arrivando a Edimburgo, e si preannuncia un inverno gelido anche a causa di recenti fatti di cronaca nera. Efan Wurie, un giornalista di colore figlio dell’ambasciatore ghanese, è stato ucciso in maniera brutale: l’assassino lo ha colpito più volte con forza crescente, i primi colpi di martello inferti lo hanno intontito mentre la terza botta gli ha spaccato il cranio, facendo uscire sbobba di ogni tipo, e schizzando tutto di sangue. Efan alloggiava al Kilmuir Hotel, e non si aspettava di finire così. A Bruce “Robbo” Robertson, neanche a dirlo, non gliene frega un beato cazzo. L’unica cosa che gli sta a cuore è la voce di una ristrutturazione dell’organico che potrebbe favorirlo, magari fino ad avere la promozione a ispettore che pensa di meritare. In fondo il suo superiore, Robert Toal, è un coglione, un uomo senza nerbo che mentre espone i dettagli dei casi da risolvere cerca sempre di mettere in risalto gli aspetti più scenografici, forse perché dentro di sé spera ancora di diventare uno sceneggiatore. I giochini sono tutto, Robbo lo sa e non vuole farsi incastrare. Si dedica al caso del negro morto, ma non più di tanto, vuole solo quella dannata promozione e magari un tot di giorni ad Amsterdam a scialarsi fra droga e mignotte di lusso. Questo è quello che conta…

Massone, fascista, violento, orangista. Cocainomane, alcolista e amante del sesso a pagamento e dei film pornografici. Possibilmente senza stalloni negri, che gli farebbero tornare in mente il caso Wufrie. Questo è il protagonista de Il lercio, epiteto azzeccatissimo che descrive alla grande l’anima scissa e lurida del personaggio. Come se questi aggettivi non bastassero a qualificare Bruce Robertson come il peggiore dei personaggi mai creati da Irvine Welsh, si noti che rappresenta l’antitesi rispetto a tutti i “buoni” delle sue altre opere, che si distinguono per le loro simpatie socialiste e indipendentiste, oltre che per la fede cattolica e il tifo sfegatato per gli Hibs, rivali dei detestati Hearts. Il lercio è quindi il peggio del peggio, la quintessenza di un’umanità perversa e deviata. Il romanzo a prima vista sembra rappresentare un’eccezione nella produzione welshiana, dato che l’unico narratore in sostanza è Robertson. Non è proprio così, perché a volte interviene una voce interiore, che altro non è che il verme solitario che si pasce nelle sue viscere. La tenia ha la funzione vitale di aprire uno squarcio sul non detto, con dei flashback e delle digressioni che narrano gli abusi, le violenze e le umiliazioni che ha subito in gioventù soprattutto a opera del padre. Una vita di soprusi lo ha trasformato per sempre, rendendolo un mostro capace di tutto per raggiungere l’anelato traguardo della realizzazione professionale (come molti altri personaggi di Welsh). Questa trovata spiazzante fa capire quanto lo scrittore scozzese sia potenzialmente in possesso di risorse narrative infinite, e con Il lercio arriva a tratteggiare il protagonista come meglio non si potrebbe, toccando una delle tante vette della sua carriera. Dal romanzo è stato tratto il film Filth del 2013, per la regia di Jon S. Baird con James McAvoy nel ruolo del poliziotto corrotto. Ennesima prova di quanto la scrittura allucinata e i dialoghi taglienti di Welsh ben si prestino a delle trasposizioni cinematografiche.



 

 

 

 
 
 
 

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