Il libro del ramen

Il libro del ramen

Quando alla fine dell’Ottocento iniziarono a formarsi quartieri popolati da soli cinesi nelle città portuali giapponesi, la cucina locale venne a contatto con alcune prelibate specialità. Come nelle moderne Chinatown, il popolo del Sol Levante si recava in queste piccole enclave per gustare, tra gli altri piatti, il ramen e innamorarsene. Così tanto che, mantenendo la base del piatto, iniziarono a ideare nuovi brodi da accompagnare alle famose tagliatelle. Per tutti sono ormai mitologiche le gesta del più famoso buongustaio giapponese, Mito Komon, che nel 1665 fu il primo a provare questa pietanza, restandone per sempre conquistato e raccontando la propria esperienza ai suoi concittadini. Solo dopo la Seconda guerra mondiale e con l’impossibilità di trovare molti ingredienti nel mercato nero all’infuori della farina statunitense, il Giappone iniziò la sua storia d’amore con uno dei più celebri protagonisti dell’arte culinaria nipponica. In un recente sondaggio per la maggior parte dei giapponesi l’invenzione più significativa del ventesimo secolo risulta essere il ramen istantaneo, creato nel 1958 dalla Nissin Foods di Momofuku Ando. Questa versione moderna dalla rapida preparazione – bastano, infatti, poco più di 30 secondi e un po’ di acqua bollente ‒ tanto apprezzato da universitari e giovani single, è ormai presente nei supermercati di tutto il mondo. La sua variante gourmet continua a fare bella mostra di sé nei ristoranti dedicati, che ormai sono riconosciuti anche dai critici più famosi, tanto che dal 2016 sono state assegnate le prime stelle Michelin ad alcuni ramen-ya a validarne l’incontestabile bontà…

“Una ciotola di ramen contiene un intero universo” diceva La ragazza del Ramen nell’omonimo film, come ci viene ricordato all’inizio di questo bel volume dedicato. In effetti, leggendolo ci rende ancora più conto di quanto questo piatto non sia un semplice “zuppone” giapponese composto da mille ingredienti. Fare un ramen come si deve è un’esperienza culinaria indimenticabile e proprio come succede a Brittany Murphy nel film del 2008, non basta gettare carne e verdure con un uovo marinato in un brodo a base di miso per raggiungere un risultato apprezzabile. Gli appassionati di questa pietanza nel nostro Paese aumentano in maniera proporzionale al numero di ramen-ya presenti sul territorio. Scorrendo le pagine di questo colorato tomo dalla grafica accattivante, ci si rende conto del lavoro dietro a quella succulenta ciotola, e di quanto sia meno provinciale l’interesse – e l’appetito – degli italiani per i ristoranti definiti fino a qualche anno fa “esotici”. Le foto di Paolo Picciotto facilitano il lettore nel riconoscimento delle numerose varianti, catalogate in maniera molto efficace secondo diversi parametri: il livello di sapidità, che varia dalla presenza, ad esempio, di maiale o di peperoncino, che rappresenta un utile modo per sgrassare e arrotondare il palato; il tipo e lo spessore di pasta utilizzata, i cosiddetti “men”, o spaghetti diritti, leggermente arricciati o spessi e arricciati; il brodo, a base di pollo, miso, salsa di soya o salsa tare, ingrediente custodito gelosamente dai diversi chef. Il glossario analitico alla fine del libro è un’utile appendice per consentire anche ai neofiti della cucina giapponese di comprendere al meglio ciò che si trova sul menù.



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