Il libro delle terre immaginate

Per i vecchi saggi del popolo Fon, nel Benin del XX secolo, Dio creò il cielo e il mare, poi venne la terra che, pesante per le montagne e gli alberi, venne poggiata sul gigantesco serpente Aido Hwedo, che da allora fa la sua immobile guardia, ogni tanto scossa da qualche terremoto. Invece i Minangkabaus, in Indonesia, raccontano di come la terra poggi sulle corna di un bufalo gigante, il quale sta in equilibrio su un uovo, il quale è trasportato sul dorso da un pesce altrettanto gigante, come quello che per i miti dei Tartari trasporta la Terra creata dal dio Ulgan. Terra che nasconde altre terre, una dopo l’altra per i Niassesi, una terra altra nel mare per gli Eschimesi, dove gli animali e i cacciatori volano in armonia, una terra capovolta per i Ngaju dove tutto è al contrario. Una terra piatta che galleggia nell’acqua per Talete di Mileto, cilindrica per Anassimandro, sottile come aria per Anassimene. “la terra intera ha una forma di rettangolo” scrisse Cosma Indicopleuste, e la immaginò così, piatta e rettangolare, in fondo a un tabernacolo in equilibrio sul nulla. Per gli Aztechi una croce, un quadrato per gli Egizi, un triangolo per gli Achumawi, o un ottagono, per i Sakha russi…

Gli uomini hanno cominciato a immaginare, a disegnare la terra, a tracciare coordinate, punti cardinali e quindi forme, piatte, rettangolari, triangolari, simboli, prospettive per studiare la terra e studiarsi/rapportarsi ad essa e a loro stessi. Popoli di tutto il mondo che raccontano nei loro miti la storia dell’idea di mondo, immagine di mondo, dalle terre isole a quelle poligonali, sferoidali, circolari, fino al disegno odierno. Queste geografie, queste mappe incrociano mito e scienza, la prospettiva è innescata dal simbolico e dalla forma principale, dai pieni e dai vuoti, dai contenitori e dai sostegni. Queste terre immaginate sono davvero ottima traccia visiva di un racconto “stratificato” dell’uomo e della terra, ad opera di Guillaume Duprat che è andato a approfondire i lavori di antropologi, storici delle scienze e delle religioni, all’interno del progetto “cosmologik”, perché è proprio studiando le culture di Africa, Asia, Americhe e Oceania che emergono le geografie simboliche “dalla storia non scritta dell’umanità”.



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