Il libro di Monelle

Il libro di Monelle
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Come in una visione o in un sogno, dalle ombre si fa avanti una bambina, e ti prende per mano. Ti racconta di quando un giovanissimo Napoleone Bonaparte, una sera di novembre a Cherbourg, passò qualche ora in albergo con una prostituta bambina originaria di Nantes, e ti spiega che non la dimenticò mai. Ti racconta della piccola tubercolotica che soccorse Thomas de Quincey, collassato su un marciapiede di Oxford dopo aver esagerato con l'oppio e l'alcol. Ti racconta di come proprio una prostituta bambina sia stata vicina a Dostoevskij nei suoi momenti più bui: “Vi insegnano quello che hanno da insegnarvi, poi se ne vanno. Attraversano il gelo e la pioggia solo per baciarvi la fronte e asciugarvi gli occhi; poi, di nuovo, le tenebre orrende se le riprendono”. La bambina della visione - si chiama Monelle, ti sembra di saperlo da sempre anche se non te l'ha detto - è saggia come un filosofo greco, e ti ammaestra sulla morte, sulla vita, sugli dei. E poi ti racconta delle favole, storie di altre bambine, ognuna diversa. C'è per esempio quella della bambina che, con la complicità di un giovanissimo mozzo, evade dall'orfanotrofio in cui vive per sfuggire ai maltrattamenti e alla severità delle istitutrici: i due si rifugiano in una capanna di attrezzi. È una notte di tempesta: la bambina ha freddo e fame, e il mozzo si offre di andare a pescare qualche granchio, sfidando il mare grosso e il buio. Tornerà? Poi c'è quella della figlia del mugnaio che - rimasta sola al mulino - architetta un crudele scherzo ai danni di un anziano mendicante, rubandogli una pagnotta che per il pover'uomo è l'unica fonte di sostentamento, con una gelida crudeltà da bambina. E poi tante altre favole, e tante altre bambine...
Metà romanzo filosofico à la Nietzsche (la prima parte ricorda molto nella struttura e nella forma il Così parlò Zarathustra del geniale e tormentato pensatore tedesco) metà raccolta di fiabe tetre à la fratelli Grimm, Il libro di Monelle (anche grazie all'alone da libro maledetto che lo circonda sin dalla sua pubblicazione, nel 1894) è stato considerato un titolo-culto da artisti del calibro di  Stéphane Mallarmé, Alfred Jarry e André Gide. Contrariamente alle apparenze, non si tratta di un'apologia della prostituzione infantile - verso la quale comunque nel XIX secolo si era generalmente più indulgenti, anche a giudicare dalla sua enorme diffusione nelle capitali occidentali, mentre oggi si tratta di un fenomeno assai ridimensionato se non virtualmente scomparso, grazie al cielo – ma di un viaggio nel mistero dell'infanzia e della femminilità. Un ammirato ma anche attonito Marcel Schwob descrive la rivoluzionaria e tenera ferocia del pensiero infantile femminile, quel misto imprevedibile e inesorabile di slanci travolgenti e gelidi egoismi che chiunque abbia una figlia conosce alla perfezione, con il suo talento visionario e il suo inconfondibile stile immaginifico. Alcuni studiosi hanno suggerito - e l'ipotesi sembra davvero ragionevole - che Il libro di Monelle nasconda un retroscena autobiografico: proprio un anno prima della pubblicazione infatti Schwob era stato travolto dal dolore per la morte di Louise, una prostituta-bambina della quale si era innamorato e con la quale aveva convissuto per qualche tempo.  Del resto, si sa: tutte le storie sono storie d'amore.

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