Il maestro

Il maestro

Roma. Corrado Lazzari come ogni mattina si sveglia, si lava, fa colazione. Prima osserva la tavola apparecchiata con carte e giornali. Deve mettere ordine, ecco cosa. A volte la solitudine è talmente pesante che si ritrova a misurare il perimetro della stanza coi passi, ventitré per l'esattezza. A volte crede che sia solo colpa del silenzio. In quel vecchio e austero condominio al quinto piano nel centro di Roma Corrado è rimasto solo. Già, Roma. La prima volta che ci mise piede era appena diciottenne. La guerra era finita, ma Roma era ancora in ginocchio. Lui era solo una recluta dell’Accademia di Arte Drammatica, un novizio pieno di speranza, ma quel passo per lui significava mettere piede nel mondo. Sarebbe diventato il più grande attore del Novecento forse anche grazie a quella fame, a quella tenacia, a quel sogno coltivato fin da bambino. Ora attorno a lui non un’anima, non un suono. Solo i suoi ricordi come fantasmi sbiaditi e quel vecchio archivio da mettere in ordine. C’è tutta la sua carriera lì dentro: vecchi articoli di giornali, locandine dei suoi acclamati spettacoli, copioni ingialliti. La sua vita. Corrado passa il tempo leggendo, scrivendo, ascoltando musica, fosse anche solo quel flebile suono di pianoforte che sente di tanto in tanto provenire da qualche palazzo limitrofo. Nella sua casa non entra più nessuno, tranne lei, Alessandra, la giovane ragazza che tutti i giorni gli porta il pranzo e la cena...

Quando le luci della ribalta si spengono, al più grande attore teatrale italiano del Novecento, Corrado Lazzari, non resta altro che fare i conti con se stesso, col suo passato tra rimpianti, dolorosi ricordi, cinico realismo e un palcoscenico oramai rimasto irrimediabilmente vuoto, immerso in un assordante e disperato silenzio. C’è solo la maniacale routine a fargli compagnia, l’alternarsi dei fasci di sole e luce nella stanza a scandire le giornate tutte malinconicamente identiche a se stesse, un cuore da tenere a bada e un archivio da ordinare, fatto di ingialliti e sbiaditi ricordi. Poi arriva lei, Alessandra. Giovane, timorosa, né bella né brutta finché gli serve pranzo e cena ma con un fuoco che le arde il petto, quello dell’arte, del teatro. Lo stesso che aveva animato i suoi primi passi. E i due si riconoscono all’istante: affini, simili e cominciano a percorrere un tratto di strada in comune. E quel viso anonimo, quella figura quasi fastidiosa e molesta per la sua misantropa voglia di solitudine improvvisamente si trasforma in una musa dalla luce accecante, un faro capace di illuminare per l’ultima volta quel proscenio giunto all’orlo della disperazione. La solitudine dell’ultima uscita di scena del grande artista è un affresco tutt’altro che originale ma Francesco Carofiglio lo tratteggia con grazia e con un certo ritmo, senza scadere mai nella trappola del cliché, rendendo ottimamente il declino fisico e mentale dell’uomo e la contemporanea fiamma sacra dell’arte pronta viceversa a riaccendersi quasi controvoglia per un’ultima, indimenticabile messa in scena.



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