Il magistero dei giardini e degli stagni

Il magistero dei giardini e degli stagni

XII secolo. Amakusa Miyuki è una giovane donna di una piccola comunità all’estrema periferia dell’impero giapponese, rimasta prematuramente vedova dopo la scomparsa del marito Katsuro, annegato nel fiume Kusagawa, lo stesso fiume che ha dato sostentamento sia alla giovane coppia che all’intero villaggio di Shimae. Infatti, Katsuro, morto tragicamente, era un pescatore di carpe: non carpe qualsiasi ma quelle, scelte accuratamente, pescate con destrezza e accudite con amore e devozione, destinate a riempire le fontane e gli stagni della città imperiale. Per questo servizio e per le sue carpe, lucenti e grosse, Katsuro riceveva di che vivere e portava onore al piccolo villaggio, altrimenti dimenticato. Miyuki soffre molto per la perdita del marito, verso il quale continua a provare sentimenti di grande ammirazione, per il suo lavoro e passione, e per come la toccava e amava ogni notte. Così, una volta ricevuta la purificazione dal sacerdote, che provvede a ringraziare con un panno pieno di ravanelli e dolci glutinosi, Miyuki decide di portare a termine quanto lasciato in sospeso da Katsuro. Senza tentennamenti sceglie le otto carpe più belle che il marito aveva già pescato, si carica sulle spalle una lunga asta con due ceste appese ad ognuna delle estremità; ricopre queste ultime di fango, come aveva visto fare tante volte in passato, le riempie d'acqua, ci infila le carpe e si mette in cammino verso la città, per consegnare al Magistero dei Giardini e degli Stagni quanto era stato pattuito, o almeno, quanto riesce a portare sulle sue spalle ben più piccole di quelle di Katsuro. La strada è lunga, fangosa, piena di salite e discese e bisogna sempre assicurarsi che le carpe stiano bene, e che nessuno le rubi durante la notte...

Didier Decoin firma un romanzo che è un tripudio di sensazioni e che non solo si legge con gli occhi, ma si odora, si gusta, si percepisce con ogni singolo poro della pelle, sempre più ricettivo ad ogni parola mano a mano che si prosegue nella lettura. Appena apriamo il libro ci immergiamo in una atmosfera arcaica e magica, e i nostri sensi diventano quelli di Miyuki, che seguiamo con apprensione lungo il suo viaggio. Gli elementi presenti sono solamente quelli essenziali: non ci sono mappe, negozi, sentimenti di ambizione o competizione, ci sono solo i bisogni fisiologici più elementari, gli odori dell’acqua del fiume, dell’acqua stagnante, di bosco, di pesce, di sudore, del sesso, della vita e della morte; e c’è solo l’andare avanti, per portare a termine il proprio compito, senza alcun altro scopo che mettere un piede dopo l’altro e tentare di non cadere; e se si cade, decidere di rialzarsi ed andare avanti. Quando siamo privati di altro per orientarci, i nostri sensi diventano sempre più acuti e il libro ci ricorda come troppo spesso non li utilizziamo: ci dimentichiamo di annusare e di toccare gli ingredienti che adoperiamo, i fiori, le foglie, la pelle di chi amiamo e di goderci quanto la natura ci offre. La parte più riuscita del romanzo, e in assoluto la più affascinante, riguarda il torneo takimono awase indetto dal giovane imperatore per ricercare un incenso che evochi il profumo di una damigella che corre nel ponte fra le nebbie: qui la scrittura ci cattura e ci avvolge fra le sue spire odorose, lasciandoci completamente ammaliati. Si vede come l’autore sia abituato ad un linguaggio a tutto tondo, cinematografico, data la sua esperienza da affermato sceneggiatore (tra i film più noti cui ha preso parte Jakob il bugiardo e I miserabili). Inebriante.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER