Il male naturale

Il male naturale
Ruota è una bella ragazza che sta aspettando il “ragazzo giusto”. Sarà forse Mario, con cui stasera è andata in pizzeria insieme a una coppia di amici? Ruota non lo sa. Ma sente che il cibo che loro quattro stanno per portare alla bocca serve a soddisfare un primo desiderio a cui ne farà seguito un altro, quello reciproco. Percepisce in Mario questa fame di lei e avverte dentro di sé la brama dei sensi e quella del sentimento scontrarsi con un impulso contrario, che le provoca un piccolo conato. Ruota guarda la pizza nel piatto e dice: io non mangio. Anche Dalia è bella, ma è paraplegica e le sue mani si muovono da sole, continuamente. Dalia vorrebbe un affetto e una sessualità normali, ed è disposta a pagare per averli. Pure Lorenza è bella, magra, flessuosa, con la spina dorsale che sporge e guizza sotto la pelle della schiena. Lorenza ama quel suo corpo sottile al punto che lo riempie di tagli e poi lo nutre e lo semina mettendo nelle ferite chicchi di riso bollito che non le va di inghiottire. Per il giovane educatore che presta il servizio civile nell’Istituto degli abbandonati è bello Miro, anche se ancora non osa rendersi conto di cosa provi davvero per quel ragazzino di dieci anni il cui fantasma ritornerà in tutti i suoi rapporti a venire. Bella è anche la ragazza-ragazzo con cui Giulio fa l’amore, benché il suo amore sia tutto per Lucia, che è morta. È la bellezza che salverà questi personaggi, una bellezza vitale colta dalla parola che li racconta e che raccontandoli porta perdono e redenzione...
Dopo più di un decennio torna, riproposto da Laurana, Il male naturale di Giulio Mozzi - con un inedito dell’autore e un saggio di Demetrio Paolin. Pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1998, il volume era stato colpito dagli strali del deputato leghista Oreste Rossi, che aveva minacciato di denunciare l'editore, reo di averne tratto e inserito nel proprio sito un racconto “altamente pornografico”. Seguì un’interrogazione parlamentare senza ulteriori sviluppi, dopo di che Il male naturale cessò di far discutere. Veniamo al racconto incriminato, “Amore”, che descrive nei minimi dettagli erotici un rapporto pedofilo: tre pagine stringate che affrontano senza compiacimenti e senza ellissi consolatorie il tabù più esecrabile. Fermo restante, come precisò a suo tempo Mozzi, che “il giudizio morale debba insediarsi nei modi della narrazione e non limitarne il contenuto”, ciò che effettivamente è disturbante (ma che il dibattito di allora non rimarcò) è che il bambino, la vittima, sia rappresentato come il più forte, quello che detta le regole del gioco. E questo, pur rimanendo in tutta la sua enormità il crimine dell’abuso, incrina il dogma dell’innocenza assoluta dell’infanzia insinuando uno spaesato malessere. Analogo disorientamento viene trasmesso dagli altri brani, che sbattono in faccia senza remore le declinazioni del corpo come fonte di un male innato nel nostro esistere, nella nostra carne, nella nostra anima, nel nostro essere mortali. In realtà Mozzi non definisce in cosa consista precisamente questo male, che assume su di sé oscillando fra titanicità (“Io sono Lucifero... sono il male”) e svilimento (“Io non sono Lucifero, io sono un uomo miserabile”) autoescludendosi da qualsiasi redenzione. Con una costruzione tormentata e iterativamente martellante, mutuata – sottolinea Paolin - dallo stile delle lettere di San Paolo, si dilania fra anelito di salvezza (particolarmente in “Super nivem”, che prende il titolo da un verso del Salmo 51 in cui il peccatore invoca la misericordia divina), e la rinuncia alla salvazione. Solo in “Finale” sembra scrollarsi di dosso questo luttuoso logorarsi per l’incapacità-impossibilità di superare la condizione di essere-nel-male in cui la sua coscienza si dibatte come una farfalla trafitta da uno spillo. E sigla la chiusura con un verso di Neil Young: “Hey hey, my my, rock’n roll will never die”. Non morirà mai il rock, non morirà mai il male. Quel male che Mozzi arriva ad accettare come qualcosa che lo vivifica e lo manda in giro per il mondo e di cui offre una dolorosa fenomenologia. Conferendo alla scrittura la funzione sacrale di riscattare ciò che è più infimo e deplorevole e di redimere tutti, fuorché l’autore.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER