Il manoscritto incompleto

Il manoscritto incompleto
Uno studioso azero viene a conoscenza del ritrovamento di un manoscritto sul terremoto di Ganja. L’accoglienza presso la biblioteca di Baku che lo custodisce non è delle migliori; gli addetti lo guardano con sospetta freddezza, forse credono che la sua non sia solo – come in realtà è – pura curiosità. Una volta ottenuta la traduzione del manoscritto, gli viene subito detto che non vi troverà nulla di importante e che il contenuto non è nemmeno quello che spera: del terremoto non vi è traccia. Dagli stralci dell’opera, alcune pagine della quale sono andate perse, distrutte o comunque illeggibili ed intraducibili emergono due storie che non hanno alcuna connessione fra loro ed appartengono a due epoche diverse. La prima è il racconto di Dede Korkut, che narra un complesso ordito di tradimenti e faide intestine agli Oghuz interni ed esterni, le antiche tribù turche del IX secolo, il medioevo turco persiano. L’altra storia narra delle mirabolanti gesta del grande Ismail, lo shah di Persia del XVI secolo e grande compositore di versi. Senza sapere dove queste storie lo condurranno, cercando di tenere saldi i fili di una narrazione a singhiozzo, lo studioso si perde tra le pagine del manoscritto…
Abdulla – che è uno dei massimi intellettuali azeri – costruisce un romanzo storico con grande raffinatezza e finezza di linguaggio, utilizzando una formula narrativa fortunatissima da Manzoni a Umberto Eco: quella del manoscritto ritrovato. Mischia i piani narrandoci due storie molto diverse tra loro richiamando al presente un mondo che non potrebbe essere più lontano, ma proprio per questo tanto magico e magnetico. Anticipata da un’introduzione di Franco Cardini e tre prefazioni dell’autore che fungono da prologo ed illustrazione storica, la lettura potrebbe sembrare inconcludente per via delle continue cesure che lasciano al lettore quel senso di angosciosa suspense. Eppure è così tanta la delicatezza e così pulito il registro narrativo che pure nell’austerità complessiva non ci si annoia. La commistione dei linguaggi, l’utilizzo stesso dello strumento parola, tanto arcaico e musicale, è il tizzone che tiene accesa l’attenzione. Potremmo azzardarci a dire che le interruzioni improvvise lo caratterizzino come un romanzo per sottrazione, intenzionato ad insegnarci che anche i buchi neri hanno un loro perché narrativo: ci sarebbe margine per poterlo affermare poiché le storie mantengono comunque la loro organicità. Potremmo dire che la mancanza è essa stessa presenza se non fosse che il titolo parla chiaro: si tratta di un manoscritto incompiuto, monco, la cui zoppia finisce in qualche modo per trasfondersi nella vita stessa dello studioso che con famelica curiosità lo ha letto. Nemmeno della sua storia conosciamo il finale.

 

 

 

 
 
 
 
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