Il mare non bagna Napoli

Il mare non bagna Napoli
A Napoli vive una bambina che non ha mai visto il mondo, si chiama Eugenia ed è "mezza cecata". La zia Nunziata vuole farle un regalo: le vuole regalare un paio d'occhiali. Questi occhiali hanno però un prezzo, «ottomila lire vive, vive» dirà la zia. Una spesa enorme per regalare la vista a Eugenia, che vive insieme ai familiari in un quartiere molto povero durante il secondo dopoguerra. Poi c'è Anastasia Finizio, che «guardava giù, non riconoscendo quasi i luoghi e le persone». Sgobba come non mai. Lavoro, e poi? E poi gli improperi della madre vocati a sgretolare anche le piccole passioni. Anche lei, come Eugenia, è una visionaria. Non vede la realtà dagli occhi e perciò guarda con occhi inventati le proprie illusioni. E ancora Antonella Liguoro, una zagrellara, una merciaia, che piange e vende. Ma le lacrime, si sa, non si possono comprare. E allora sgobba, anche lei come Anastasia, silenziosa nel suo dolore. È chiusa in una bolla di cui può sfiorare solo l'interno. L'esterno è opaco e a lei sconosciuto...
Poi, da questi dolori privati, si arriva a un apologo polifonico sulla morte morale della città, l'ultimo racconto. Qui compaiono i semi del divorzio tra la Ortese e la città di Napoli, che dopo il '53 non vedrà più. Il lavoro a "Sud", la rivista letteraria napoletana, e il fallimento di una società civile e culturale snocciolato sommessamente. Una denuncia originale, in termini metafisici e metastorici. Una iperrealtà, diranno. Il mare non bagna Napoli è uno di quei libri che ancora faticano a ottenere un riconoscimento da parte soprattutto del grande pubblico come classici della letteratura italiana contemporanea. La scrittura della Ortese è un lamento in cui racconta una solitudine popolata da fantasmi. La sua vita, unita alla difficile comprensione della condizione umana, racchiude uno stile intuitivo, tipico di coloro che hanno subìto un esilio volontario; il carattere della scrittrice in vita era descritto dagli amici come nevrotico, schivo e pauroso. Parlando di se stessa non ha mai negato di aver cominciato a scrivere per dar forma al proprio dolore, per recidere il nodo gordiano dei propri pensieri e rendere così sopportabile il precario equilibrio familiare e civile. In ogni racconto si ascolta la pacata terapia farmacologica della sua narrazione, quasi sempre impersonale. L'incipit di ciascun racconto è arricchito con minuziose descrizioni di particolari, per poi tracollare in un orrido di inquietudini emotive. La prosa della Ortese gronda il sangue dei vinti, dei piccoli, dei senza voce. La terza tappa della sua infanzia, nei lunghi viaggi condotti dalla famiglia, è stata la Libia, con il suo deserto e i suoi silenzi. In questa travagliata esperienza ha saputo ricostruire quel deserto a Napoli, città che in fondo ha rappresentato la sua capitale personale, umana e letteraria. Pietro Citati, colui che poi sottopose a Roberto Calasso la riedizione dell'opera della Ortese per Adelphi, in un'intervista disse: «Anna Maria Ortese era sola come può essere una pietra, come un mucchio d'erba in un giardino.[...] Era una figura straordinaria, la mescolanza di uno gnomo, un folletto, una strega e una suora». Come ricorda essa stessa: «per dire ciò che mi era caro, nel mondo in cui siamo, non esiste».

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