Il mastino dei Baskerville

Il mastino dei Baskerville
Londra. Un ospite inaspettato bussa alla porta del 211/b di Baker Street, dove John Hamish Watson e Sherlock Holmes sono impegnati in una delle loro classiche elucubrazioni scientifiche da salotto. Si tratta del dottor James Mortimer, che ha intrapreso un lungo viaggio dal Devonshire sino in città per cercare l’aiuto del celebre Sherlock Holmes a riguardo di una misteriosa morte che potrebbe rivelarsi uno strano caso di omicidio. Qualche mese prima, nelle oscure campagne inglesi, il cadavere di Charles Baskerville è stato rinvenuto lungo una stradina di ghiaia che costeggia il giardino della sua tenuta, con il volto sfigurato da una terribile espressione di paura. Non molto lontane dal cadavere delle orme erano impresse nel fango, sembravano tracce di un cane, un mostro dalle zampe enormi. A suffragare la tesi di un terribile mastino che perseguita la dinastia dei Baskerville, James Mortimer ha con sé una pergamena dei primi del ‘700 che riporta la lugubre leggenda di Hugo Baskerville, lontano avo della famiglia che strinse un patto col diavolo per riuscire a impossessarsi di una giovane contadina. Quanto c’è di vero in tutto ciò? Quanto invece è dovuto all’inevitabile suggestione che questa leggenda suscita? Purtroppo non c’è tempo per riflessioni: il giorno seguente Henry Baskerville - l’ultimo erede della dinastia - arriverà a Londra dalla lontana America e Watson sarà pronto a scortarlo passo dopo passo durante le oscure notti nella brughiera, intrise di mistero...
Il mastino dei Baskerville è il romanzo più celebre tra quelli che vedono come protagonista il duo Watson & Holmes. Tuttavia questo libro - malgrado sia il più conosciuto tra il pubblico - è forse quello che meno rappresenta l’universo poliziesco con sede al 211/b di Baker Street. Innanzitutto va ricordato che Arthur Conan Doyle - raggiunto il successo come scrittore grazie agli arditi ragionamenti di Sherlock - cercò più volte di liberarsi del celebre protagonista delle sue opere, un protagonista ritenuto sin troppo ingombrante, tant’è che ne L'ultima avventura, racconto ambientato nel 1891, Holmes aveva lasciato prematuramente i suoi lettori precipitando sul fondo di una cascata. Ma è proprio con Il mastino dei Baskerville che il detective inglese torna a trovarci - Doyle utilizzò l’espediente di ambientare la narrazione negli anni che anticipano la scomparsa di Holmes, tuttavia dai racconti successivi il protagonista venne riabilitato definitivamente, pronto a tornare sulla scena - e lo fa in una forma del tutto nuova e differente, per almeno due motivi. Innanzitutto i riferimenti del genere poliziesco, sentiti ormai come stretti e angusti, vengono abbandonati in favore di ambientazioni quasi horror, con caratteri molto gotici, cupi e spettrali. Inoltre il lettore rimarrà certo colpito dalla sostanziale assenza di Holmes durante la narrazione. Il nostro Sherlock è presente in apertura del romanzo, ma scompare totalmente dopo una trentina di pagine - infatti sarà solamente Watson a scortare Henry Baskerville nella brughiera - per poi riapparire nel finale svelando l’intricato caso. Questo libro mostra quindi un Doyle simile a se stesso e allo stesso tempo differente, piacevole e scorrevole come al solito grazie ad una narrazione lineare sviluppata con maestria, eppure diverso nel trattamento dei luoghi, dei personaggi e del peso dato ai protagonisti.

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