Il Mediterraneo in barca

Il Mediterraneo in barca

“Il Mediterraneo è…” e si comprende quanto arduo sia trovare una definizione adeguata, onnicomprensiva di tutte le peculiarità di questo mare, dipinto anche da Raoul Dufy come una distesa azzurra, solcata da piccole onde e vele bianche. Per alcuni è un mare vastissimo, un mare caratterizzato da uno stuolo di bagnanti, pescatori, uomini col “berretto bianco sugli yacht”. Questa l’impressione di tanti, ma a dirla tutta è un mare piccolissimo e “faremo meglio a chiamarlo corso”, come quelli delle grandi città dove vai a passeggiare e se hai fortuna incroci anche le celebrità, i divi del cinema, gli sceicchi, i magnati. Insomma, nessun affollamento, le barche che vi transitano non sono poi così tante. A Porquerolles, porticciolo di sosta prima di ripartire, qualunque ragazzino sa riconoscere le imbarcazioni all’orizzonte, stabilirne carico e rotta. Il Mediterraneo non è solo un mare e non è facile dargli una definizione, non esiste un termine univoco che lo identifichi. Si può spiegarne la natura, l’anima, dall’insieme di uomini che lo navigano, dalle barche che ne fendono le acque, le lingue parlate nelle città e nei porti, le merci e gli odori, le esistenze di chi naviga in cerca di nuove patrie: “Esistono persone che vengono fatte rimbalzare da una frontiera all’altra come palline da ping-pong”, le destinazioni da raggiungere in tempi più o meno lunghi, i pesci e le correnti, i venti che mutano e soffiano sui diversi Paesi che si bagnano nelle sue acque azzurre. Il Mediterraneo è tutto questo e non solo. È un’esperienza mutevole…

La Méditerranèe en goélette si compone di nove articoli scritti nel 1934 e pubblicati nel 1939. Georges Simenon prese in affitto, per una crociera di circa sei mesi nel Mediterraneo, una goletta con un equipaggio di sei uomini, che in precedenza veniva utilizzata per il trasporto del marmo di Carrara. Un’esperienza intensa, ricca di soddisfazione, ma anche momenti di noia e frustrazione, come le soste forzate per il controllo dei documenti, l’impossibilità di sbarcare, l’invadenza dei curiosi, i capricci del vento, le scorte d’acqua potabile che imputridiscono a causa di un difetto di fabbricazione delle botti. Il viaggio gli ha permesso di osservare l’umanità variegata lungo le coste e sulle navi. A colpirlo i migranti italiani: “questa gente” che viaggia “pigiata come un gregge”. La miseria e la solidarietà tra familiari o semplici compaesani. La navigazione per Simenon è un modo per raccogliere storie da raccontare, ascoltare aneddoti e scorci di vita lontani dalla sua. “Quand’ero piccolo potevo leggere come tutti gli altri, perché non ero ancora del mestiere e assaporavo i libri con assoluto candore. Allora ho giurato di non scrivere mai per quelli che già sanno”. Sono gli altri che vanno conquistati. Il reportage è come un viaggio indietro nel tempo, una testimonianza dedicata a parte della società del periodo, a ciò che accadeva nel mondo, anche se marginalmente. Basta pensare al semplice riferimento a Hitler, di cui si accenna sui giornali. Un personaggio sconosciuto a molti in quegli anni. A rendere il testo ancor più interessante sono le numerose fotografie presenti, occorre un po’ di impegno per osservare i dettagli delle piccole immagini – su cui purtroppo lo scrittore belga non ha lasciato note o didascalie –, ma completano il quadro del viaggio. A chiudere il volume una analisi di Matteo Codignola, che ricorda i non facili trascorsi di Simenon con gli editori, i suoi slanci da fotografo, i dubbi che le storie su Maigret potessero avere un futuro – incredibile, eh –, i suoi collaboratori e gli scambi a volte amichevoli e altre burrascosi con gli stessi.



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