Il mercante di Dio

Il mercante di Dio

Salomon detto “il fiero” nasce da una famiglia ebrea quando le speranze di generare un figlio maschio (Salomon è stato preceduto da ben quattro femmine) per suo padre erano ormai ridotte al lumicino. Il bambino è grasso e impettito ‒ da qui il suo soprannome ‒ e una volta cresciuto, un paio di anni dopo il bar mitzvah, viene mandato a Gerusalemme con la speranza di diventare qualcosa: un rabbino, un generale, un mercante magari, proprio come gli zii materni Simone e Giuseppe, ai quali viene affidato. Ma la disciplina non è una caratteristica che appartiene al giovane Salomon, che all’apprendimento dei precetti della Torah preferisce di gran lunga le scorribande con i suoi amici Urim e Tummin, letteralmente “il bianco e il nero”, soprannomi affibbiati ai ragazzi per via della loro interpretazione diametralmente opposta del testo sacro. Allo zio Giuseppe non rimane quindi che portare il nipote con sé per insegnargli a diventare un buon mercante: appena compiuti diciotto anni, Salomon parte alla volta di Damasco, per approvvigionarsi di sterco di cammello essiccato da vendere ai romani di stanza a Hebron; i soldati, lassù nelle alture, sorpresi dalla neve, lo potranno utilizzare per accendere il fuoco. Durante questo viaggio il ragazzo conosce Yomida, dopo averla salvata dal rapimento tentato da tre grossi ceffi muniti di armi siriane. Salomon rimane folgorato dalla bellezza della donna: occhi verdi penetranti, accento esotico, denti bianchissimi. Lei lo invita nella sua tenda per parlare. Yomida è una sacerdotessa, discendente di Machadè, la regina di Saba, e ha un progetto importante per Salomon; dovranno viaggiare insieme ‒ e questo non dispiace affatto al ragazzo, che la seguirebbe in capo al mondo se fosse necessario ‒ finchéla loro strada non incrocerà quella dell’Agnello...

La figura di Gesù sparisce dalle narrazioni ‒ sia da quelle ufficiali, che da quelle apocrife ‒ attorno al suo tredicesimo anno di età per poi riapparire al compimento dei trenta, pronto per immolarsi nel sacrificio estremo; mancano quindi all’appello ben diciassette anni. Letteratura e cinema ci riportano esempi illustri di come si sia provato a colmare questa lacuna: si pensi al Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago nel 1991, al Vangelo secondo Matteo, pellicola di Pier Paolo Pasolini del 1964, o a L’ultima tentazione di Cristo di Scorsese nel 1998; tutte opere però che si concentrano prettamente sugli ultimi anni della vita di Gesù, quelli che vanno dalla predicazione fino alla crocifissione. Il catanese Sal Costa, autore poliedrico sia di libri che di testi musicali e teatrali, col suo Il mercante di Dio conduce invece un’operazione originale, esplorando per intero l’arco del periodo della formazione di Cristo; tuttavia quest’ultimo non è il protagonista del romanzo, ruolo affidato allo scaltro mercante Salomon, che ci racconta tutto in prima persona. Scelto dal destino come una sorta di supervisore, Salomon prende Gesù sotto la sua ala protettiva, prendendosi cura di lui quasi fosse un padre; molte avventure attendono i due sulle vie del commercio ‒ descritte in modo affascinante, minuzioso e colorato ‒ dove la vita è chiassosa, pulsante, e attraverso le quali Gesù può far sentire la sua voce e il suo pensiero al mondo intero, al quale sente profondamente di appartenere. Il Cristo di Sal Costa è molto vicino alla figura che conosciamo: un ebreo severo, ligio alla Torah e contrario al talmudismo (che tendeva alla pratica del potere religioso), un uomo pacato e privo di vizi; non a caso viene immaginato come un mercante: nonostante Nietzsche la considerasse un’occupazione di basso rango (identificandola in modo dispregiativo con la razza ebraica), prima dell’avvento della stampa erano proprio i mercanti a far circolare, insieme alle merci, anche il pensiero, le lingue, la cultura. Due fra tanti, i testi che hanno ispirato e guidato l’autore nella costruzione di una storia plausibile e in linea con i Vangeli, peraltro citati pochissimo: il Kebra Negast, libro sacro dei cristiani copti etiopici, e le Historiae di Tacito, un accurato reportage sulla Palestina con riferimenti dettagliati agli usi e costumi.



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