Il mestiere dello scrittore

Il mestiere dello scrittore
Secondo molti, gli scrittori sono persone orgogliose, un po’ egoiste ed animate da un forte spirito di rivalità. Secondo altri, sono semplicemente dei presuntuosi, che vivono nell’illusione di essere gli unici a capire il mondo. Visto da vicino, anzi, vissuto in prima persona, il mestiere dello scrittore assume tutta un’altra forma. Una forma non sempre fascinosa. Scrivere un romanzo significa, infatti, avventurarsi in un processo lungo, lento, solitario e sedentario, in cui non sono previsti né incoraggiamenti, né, tanto meno, applausi. Murakami Haruki lo ha scoperto tardi, cammin facendo, visto che fare lo scrittore di professione non rientrava inizialmente tra i suoi progetti di vita. Cresciuto in Giappone, in un sobborgo tra Osaka e Kobe, l’autore ha invertito il normale ordine degli addendi dell’umano vivere e cioè prima si è sposato, poi ha trovato un lavoro ed infine si è laureato. Solo dopo, e senza alcun preavviso, è stato colto dalla folgorazione laica sulla via della scrittura. Da quel momento, lo scrivere ha occupato uno spazio sempre maggiore, che lo ha indotto a cedere il proprio amatissimo locale in cui, tra un caffè ed un alcolico, faceva ascoltare il jazz; a trasferirsi negli Stati Uniti; e, quindi, a potersi permettere di scegliere tra i migliori editor, traduttori ed agenti. Il jazz, però, è rimasto. Perché per comporre frasi serve ritmo. Per suscitare emozioni occorre trovare begli accordi e, per stupire il pubblico, si deve essere convinti della forza dell’improvvisazione…

Quando un autore decide di aprire le porte del proprio laboratorio creativo e di mostrare l’uomo che si nasconde dietro l’opera, dare una sbirciata, da lettori, è sempre un’esperienza piacevole. Se poi l’autore, oltre che famosissimo, è anche uno dei più riservati del panorama mondiale, allora il piacere è amplificato. È con questo stato d’animo che si affronta la lettura del saggio di Murakami Haruki sul mestiere dello scrittore. Ossia il mestiere che l’autore svolge da più di trentacinque anni, motivo per cui l’opera tende inevitabilmente a somigliare ad un saggio autobiografico. Partendo dalle questioni “classiche” del mondo delle lettere (il concetto di originalità, l’importanza della scuola e dei premi letterari, la reazione alle critiche…), il discorso ruota sempre e comunque intorno a lui, alla sua formazione, alle sue esperienze, al suo pensiero. Il libro è strutturato in undici capitoli, nati come annotazioni frammentarie in un arco temporale di cinque-sei anni, e dedicati, di volta in volta, ad un aspetto specifico della vita del romanziere. Perché Murakami Haruki si sente profondamente romanziere. Non saggista, sebbene di saggi ne abbia scritti diversi. E lo afferma senza mezzi termini: “Per me […] scrivere un saggio è come per un fabbricante di birra produrre tè in lattina, cioè una linea di produzione secondaria. I dati davvero succulenti li tengo da parte per la linea principale”. Da lettori, non si può non apprezzare l’onestà intellettuale, anche se, venirlo a sapere durante la lettura di un suo saggio, lascia un retrogusto amaro. Amaro come la birra.
 

 

 
 
 
 

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