Il ministero dei casi speciali

Il ministero dei casi speciali
Kaddish Poznan è un ebreo hijo de puta. Per nulla ossessionato delle sue non virtuose origini, la notte se ne va per i cimiteri di Buenos Aires a lavorare per conto di chi, hjio de puta come lui, con le proprie origini pace non ce la vuole proprio fare, e anzi è disposto a pagare anche bene purché quelle indelebili prove di scomode parentele siano cancellate. Indelebili perché scolpite nella pietra delle lapidi dei loro genitori. E allora Kaddish lavora di scalpello, su quelle lapidi e, quando ci riesce, si porta dietro anche suo figlio, per insegnarli “il mestiere”, ma quel giovane magro e capelluto ha altro per la testa, ha 19 anni, disprezza questo padre privo di ideali e attaccato al soldo, studia all’università, legge i libri del Che e ascolta musica rivoluzionaria. È il tipico confronto generazionale, è il classico contrasto fra un padre disilluso e pragmatico e un figlio giovane, ribelle e sognatore. Andrebbe tutto bene, sarebbe tutto tranquillo così. Ma siamo in Argentina, ed è il 1976, c’è appena stato il golpe, e i militari improvvisano posti di blocco in mezzo alle strade, dicono che conviene sempre portare con sé un documento di riconoscimento, anzi è obbligatorio. Ma Pato se lo dimentica, sempre. Lillian, la premurosa madre, con i risparmi di anni di lavoro ha comprato una massiccia porta blindata per proteggere suo figlio e quello scapestrato profanatore di tombe di Kaddish. Perché girano strane voci, di irruzioni, di rapimenti, di sparizioni. Durante un concerto Pato insieme ad altri ragazzi viene perquisito. Documenti? Sono a casa. Allora tu vieni con noi. Ma non è così che spariscono le persone in Argentina, e dopo una notte al commissariato di polizia, Pato Poznan viene rilasciato. Che siano tutte balle quelle che si dicono? Che non sia vero nulla di quello che raccontano? Che arrivino in 4-5 agenti, su una Falcon verde, che irrompano in casa possibilmente senza che ci siano testimoni, che prelevino questi poveri ragazzi innocenti, li torturino, per poi farli scomparire nel nulla… Che sia tutto un immenso abbaglio? Kaddish Poznan ci avrebbe creduto volentieri, e anche Lillian. Pato sparisce esattamente così, sotto gli occhi di un padre incredulo e impotente, che mentre vede suo figlio portato via a braccio da questi uomini in completo scuro, tiene perfino aperta con un piede quella pesante porta di casa, la tiene aperta e non sa perché, non capisce, non può essere vero quello che sta accadendo. Eppure Pato, suo figlio, scompare per davvero. E per davvero Lillian si recherà ogni mattina al Ministero dei casi speciali, preleverà il suo numeretto, si metterà in fila e aspetterà… che il suo turno arrivi, e poi a casa, alla finestra, che suo figlio torni.
Pagine di vera letteratura, queste di Nathan Englander, giovane scrittore nato e cresciuto a New York nel 1970 e poi trasferitosi a Gerusalemme, già acclamato autori di racconti (Per alleviare insostenibili impulsi, Einaudi 1999). Romanzo particolare perché terribilmente vero e straziante, eppure libero da luoghi comuni, delicato in alcune scelte, perfino comico in alcuni punti. Visivo nella narrazione, tanto che non si può non chiedersi, leggendolo, chi fra gli attuali registi potrebbe renderlo al meglio in una trasposizione su grande schermo. Rara capacità di scrittura, che coinvolge senza dover andare a sollecitare zone che sarebbe anche troppo facile finire per toccare, visto che si parla di desaparecidos. Quando si tratta di crimini contro l’umanità, i nervi sono fin troppo scoperti, ancora. Per questo sfiorarli, a volte, è più efficace e doloroso e opportuno di qualsiasi altro atto.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER