Il ministero della felicità

Il ministero della felicità
Il ministero della felicità è il luogo nel quale gli scagnozzi del potere politico decidono cosa la gente comune deve guardare, pensare, conoscere. L’incarico è quello di comunicare, attraverso lo schermo televisivo, l’immagine di un’Italia felice e spensierata, fatta di musica, starlette poco vestite, notizie futili e casi umani, perché l’italiano medio a fine giornata deve pensare che, nonostante le rate del mutuo, il lavoro precario, la malasanità, in fondo nel nostro paese si vive ancora bene. Il cavallo morente posto all’ingresso – che ricorda tanto quello di mamma Rai – rispecchia alla perfezione il sistema marcio e stantio del luogo che rappresenta. Un anonimo intellettuale – che noi chiameremo affettuosamente Sabino, visto che le pagine trasudano autobiografia – viene chiamato a dirigere la sezione cultura del ministero. Nonostante le perplessità l’uomo accetta, sia per l’ingenuo desiderio di cambiare e migliorare le cose, sia per cercare la donna che gli ha rubato il cuore. Ma il ministero non perdona i buoni intenti, pena l’isolamento. Chi lavora non è pagato per pensare, ma per eseguire gli ordini e le indicazioni dei vertici politici. In questo clima di frustrazione e impotenza, la ricerca della donna amata diventa una via di fuga, una speranza di lieto fine in qualcosa di pulito e sincero…
Sarete in molti a conoscere Sabino Acquaviva, noto sociologo e professore universitario di fama internazionale. Questa volta però non si tratta di un testo scientifico, ma di un romanzo dai toni amari. Potremmo definirlo il libro della delusione. La delusione che l’autore ha sicuramente provato nei due anni passati nella sezione cultura della televisione pubblica, barcamenandosi tra raccomandati, politici e personaggi dalla dubbia morale. Provo sincera ammirazione per chi, dopo anni di scrittura accademica, decide di mettersi in gioco con un romanzo e di mostrare un lato di sé intimo ed inedito. L’impronta “universitaria” però si sente, ci si scontra spesso con un eccesso di ricercatezza linguistica poco adatta al tipo di contenuto. L’impressione è quella di trovarsi di fronte ad un garbato diario, si percepisce la volontà di denunciare le meccaniche malate del sistema senza però sputare apertamente nel piatto dove si è mangiato. Adatto a chi vuole capire meglio cosa si nasconde dietro il dorato mondo della tv. Certo avrei preferito non sapere che i bagni della Rai si intasano per la gran mole di preservativi gettati nei wc.

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