Il mio nome è Jamie

Il mio nome è Jamie

Francia. Anno Domini 1740. “Le parole del suo padrino erano state queste, per la precisione: «Quel Murray si prenderà cura di te. Bada a restargli accanto... non tornare in Scozia. Non tornare, mi hai capito bene?» Sì, aveva capito. Ma questo non significava che gli avesse fatto piacere ascoltarlo”. L’incontro con Jamie è scandito in due momenti: il primo è un rapido cenno; il silenzio il secondo. Lo stato del migliore amico di Ian salta subito agli occhi e a prima vista la circostanza è molto strana; mentre gli uomini riuniti in cerchio osservano, Jamie e Ian sono certissimi che della complicità si debba fare un uso assai copioso. D’altra parte, tra mercenari non serve dirsi molto. In una parola, Jamie si unirà alla banda. Il benestare di le capitaine, Richard D’Eglise, poggia su una rapida valutazione della robustezza dello scozzese. Questa cautela, generata da un clima di sospetto, a conti fatti, contiene anche il dubbio di una verità più straziante dell’aspetto. Brian Fraser è morto. Il padre di Jamie non è morto per cause naturali. Diversamente, Jamie sarebbe stato a Lallybroch. Non nei dintorni di Bordeaux. E non in quello stato…

Soltanto con una nuova storia di Outlander e sulla scia delle più recenti news su una raccolta di sette novelle presto in libreria – Seven Stones to Stand or Fall – si cerca di pazientare ancora un po’. La data di edizione di Go Tell The Bees That I Am Gone – l’agognato nono libro della saga – non è stata svelata, ed anzi è forse ancor meno prevedibile ora che i lettori vedono il nascere e lo svolgersi di tutti i brevi racconti inerenti alla saga di Claire Randall. È un esempio Virgins. Così la novella dei giovani Jamie Fraser e Ian Murray – già contenuta nella pluripremiata Danger­ous Women antologia curata da George R. R. Martin e da Gardner Dozois – è degna delle attese. “Il capitolo zero della saga di Outlander”, con la sua “storia di amicizia e fratellanza”, ci convoglia in una storia della prima metà del Settecento, e si protende a metterci per così dire in una situazione di pericolosità. Qui non siamo negli anni dell’Université ma fra i mercenari di Francia. Il mio nome è Jamie si fa teatro di un po’ di suspense e avventura, senz’altro curiose; e la comparsa della bella Rebekah vale più per quello che nasconde che per quello che rivela. Lo stile di Diana Galdon ci piace e continua a piacerci: ma certo il libriccino che racconta le sorti di Jamie dopo l’arrivo dei dragoni inglesi a Lallybroch è pensabile solo nell’ordine del complesso disegno della serie. Il piacere di ritrovare il lord del nostro caro clan scozzese è la vera forza motrice. Da cos’altro altrimenti saremmo stati guidati?



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER