Il mio romanzo viola profumato

A parlare è Parker Sparrow per raccontare il suo delitto, ciò che scelse deliberatamente di fare quarant’anni prima della narrazione, contro il suo amico fraterno Jocelyn Tarbet. Parker e Jocelyn frequentano l’università assieme e sono amici. Condividono una “fraterna giovinezza” fatta di sesso, sregolatezza, amore per la scrittura e condivisione del sogno di diventare scrittori. E anche un’esperienza poco riuscita di rapporto omosessuale, avviato più per un vezzo anticonformista che per vera passione amorosa visto che “la vista del pene dell’altro risultava repellente”. I due amici prendono due percorsi diversi che portano Jocelyn a diventare un famosissimo scrittore, molto ricco e affermato e Parker un professore d’inglese, sposato con Arabelle, padre di quattro figli con poco tempo e possibilità di diventare uno scrittore famoso. I due amici si frequentano ed è in una di queste visite che Parker mette in atto il suo piano, con fredda lucidità, con estrema precisione e premeditazione. Un piano criminoso che distruggerà la carriera di Jocelyn e porterà lui all’apice della sua carriera di scrittore… La seconda parte del libro è occupata da un saggio sull’Io, su cosa sia secondo le neuroscienze, su quali siano le sue caratteristiche, i sinonimi che vengono utilizzati per rappresentarlo, il concetto di io incarnato in relazione con il tempo e lo spazio. L’ultima parte cerca di chiarire come il ruolo dell’Io si sia evoluto nella storia della letteratura, di come non avesse spazio prima nell’età premoderna se non nelle opere di “fili di piante che spuntano prima di altre”, di autori che furono avanguardie in tempi in cui nessuno era al loro livello come Michel de Montaigne nella seconda metà del XVI secolo o Shakespeare. L’Io come oggetto letterario trova la sua introduzione nel romanzo del XVIII secolo e la sua completa maturazione ai giorni nostri, in cui esso è al ormai centro di ogni narrazione, sovrasta gli ambienti e gli eventi e diventa il vero luogo della narrazione…

Due parti distinte formano questo volumetto: la prima parte è il lungo racconto che dà il titolo all’opera e la seconda è un breve saggio dal titolo L’Io. Due parti che sembrano distinte e separate, ma che in realtà hanno in comune l’idea del romanzo come espressione di una soggettività, in un ambiente che lo incarna. Il mio romanzo viola profumato si legge molto velocemente, così velocemente come Ian McEwan racconta di averlo scritto, 4000 parole in 4 ore per onorare una scadenza e sotto l’effetto di una febbre creativa. Due spazi diversi, un racconto il primo che ti spiazza per la mancanza totale di rimpianto del traditore, sulla disponibilità di chi subisce il torto ad accettare senza battere ciglio il torto e a continuare a dare la propria amicizia a chi gli ha causato un grave danno. Lo stile limpido, la capacità di creare strutture linguistiche perfette sostengono la narrazione che procede veloce e procura nell’anima una forte rabbia verso quell’uomo impunito e la sua azione feroce. Si empatizza con Jocelyn per quello che ha subito, per il suo modo delicato di affrontare la cosa e non si può non notare al contrario la brutalità senza scrupoli di Parker che è presente a sé stesso, controlla e calcola tutto e porta avanti il suo progetto senza farsi un solo dubbio, senza un tentennamento e continua senza scosse a godere dell’amicizia di Jocelyn. Quello che più colpisce è la freddezza resa ancora più evidente da un linguaggio nudo e scarno e da una organizzazione narrativa lineare e senza sbavature. La seconda parte, il saggio sull’Io, è una relazione esposta da McEwan durante la cerimonia del premio Bottari Lattes Grinzane 2018. Arguto, ricco di notazioni, preciso e scientifico, così come ogni opera di McEwan, con una struttura scientifica equilibrata e un procedere chiaro e lineare. Una dichiarazione di ciò che può essere l’indirizzo d’azione di un narratore – o un “narrativista” come l’autore preferisce definirsi – in una società al cui centro c’è l’io che permea e filtra il reale, nel mondo del popolo del selfie che prescrive lo studio interiore come punto di riferimento per entrare nel narrabile.

 


 

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