Il Mister

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1932, Roma. Il sedicenne Ugo vive con i genitori e la sorellina Lisa, ammalata di poliomielite, in un casermone dell’INCIS, a piazza Verbano, nel quartiere sorto da poco tra Salaria e Nomentana. È reduce da una dolorosa bocciatura, e i genitori hanno deciso di non fargli ripetere l’anno, ma di fargli invece studiare in casa il programma della seconda liceo: poi darà l’esame di ammissione alla terza liceo da privatista. Perciò Ugo “lottando contro la naturale svogliatezza e l’inclinazione a distrarsi dietro futili fantasie, oppresso dal colore grigio del cielo” studia a testa bassa tutte le mattine e anche i pomeriggi, quando non accompagna Lisa nelle sue passeggiate sulla sedia a rotelle al vicino parco Nemorense. Nello stesso quartiere di Ugo è da poco tornato a vivere anche Vito Soragni, al secolo Vecto Zoran, ex impiegato del mobilificio Malafronte e soprattutto ex calciatore a grandi livelli nell’Alba del celebre mister Garbutt una decina d’anni prima, con una carriera precocemente spezzata pare da un grave infortunio. Lo sloveno, dopo qualche anno di assenza, ha ripreso il suo posto al mobilificio: il figlio del proprietario, il giovane Michele Malafronte, sogna di iscrivere una sua squadra al campionato dilettantistico ULIC per cancellare il monopolio calcistico nel quartiere dell’Aquila Romana, la squadra gestita dall’insopportabile federale Tufelli, bullo fascistissimo di zona. E sogna di coinvolgere in qualche modo l’ex campione Zoran: come mister, almeno, oppure chissà...

Non è un mistero che la figura del protagonista del romanzo di Manlio Cancogni sia ispirata a quella di Zdenek Zeman: l’autore lo ha più volte ribadito, e a scanso di equivoci lo confermano la dedica in calce al volume e l’intervista che arricchisce questa nuova edizione. Il libro è infatti uscito per la prima volta nel 2000, quando l’allenatore boemo aveva da poco concluso la sua prima esperienza sulla panchina della AS Roma - segnata da un quarto e quinto posto e soprattutto da polemiche feroci con l’establishment calcistico accompagnate o meglio seguite da una vera e propria persecuzione arbitrale - e il presidente Franco Sensi, sfinito da una battaglia mediatica e politica senza quartiere e rassegnato allo status quo, lo aveva sostituito con Fabio Capello, uomo molto meno inviso al sistema e che infatti sarebbe presto riuscito a riportare lo scudetto nella capitale. Ma a dire il vero Cancogni - grande appassionato di football, come lo chiama vezzosamente lui - già nel ’93 aveva iniziato a lavorare ad un romanzo su Zeman, allora al Foggia, riscritto nel ’94 e nel ’96 e infine radicalmente trasformato per dare vita a questo Il Mister, ambientato nel Ventennio e nel mondo del calcio di quartiere, non in quello professionistico infestato dai Moggi di turno. Zeman/Zoran “ha (...) questo aspetto un po’ da dissidente in nome di un ideale”, perché “vive per la bellezza” e con la sua ascetica saggezza mette in ridicolo e denuncia le miserie e le ipocrisie di un mondo che nel caso dell’allenatore boemo è 'semplicemente' il carrozzone del calcio italiota, mentre nel caso dello sloveno ha il volto ben più minaccioso del fascismo. Il Mister è l’opera di uno scrittore ultraottantenne (Cancogni è un classe 1916) e si vede: lo stile è garbato, demodé, privo di asperità e durezze e intriso di malinconica nostalgia per una giovinezza e un calcio che non ci sono più. Pupi Avati ne trarrebbe un film dei suoi.



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