Il mondo delle cose

Il mondo delle cose

James Topper ha lasciato sua moglie Tisha già da un po’. Ha abbandonato lei e Detroit e ora ha preso a girovagare senza meta, seguendo più i personali gusti culinari che una razionale mappatura geografica. A Toledo, dopo mesi d’inseguimento Tisha è riuscita anche a trovarlo. Ma la risolutezza di James non le ha lasciato altra via che il divorzio. Così James è tornato a stare dai suoi e qui ha conosciuto Madge. L’ha vista la prima volta nel settore salse piccanti del locale discount. Questa donna sulla sessantina con un’incredibile paio di trecce grigie avvolte attorno alla testa e un’orribile tremore alle mani, talmente esagerato da ricordargli le movenze di Joe Cocker, ha da subito attratto la sua attenzione. Così, dopo qualche giorno, James decide di passare a trovarla. Ma nello squallore di una casa praticamente priva di mobilio e di una malattia invalidante e raccapricciante, l’uomo scopre affascinato un’insospettabile talento... Carl Downhour, ex parà della Seconda guerra mondiale, scopre durante una riunione di reduci che le bandiere trafugate ai nemici ammazzati durante i combattimenti - che molti di loro custodiscono come souvenir tra vecchi cimeli - in realtà nascondono delle incisioni informative sul soldato a cui sono appartenute. Così, pochi giorni dopo, Carl si fionda con la sua bandiera presso un’agenzia di traduzioni di Detroit, per cercare di provare a porre quantomeno rimedio a quel piccolo torto cinquantennale... L’uomo davanti al negozio di parrucche sta considerando quale sia la ragione di un proliferare tanto corposo di quel curioso tipo di botteghe, quando avvicinandosi alla vetrina per scrutarne i modelli, scopre incredibilmente che gli stessi si adattano perfettamente al riflesso del suo volto specchiato sulla vetrina...

Michael Zadoorian, esploso come caso letterario – indotto, si dice, dai librai americani - grazie a Second Hand e In viaggio contromano, torna a deliziare il suo sempre più numeroso ed eterogeneo pubblico grazie ad un’antologia di racconti. Tornano così in scena i suoi notii e imperdibili personaggi minori, normali, privi di grandi storie da raccontare - in perfetta simbiosi rappresentativa di chiara matrice carveriana - maschere perfettamente integrate e rappresentative della middle class decadente americana. Il set, neanche a dirlo, è l’altrettanto decadente Detroit, città che negli ultimi decenni ha dimezzato la sua popolazione costantemente in fuga da essa, ma dalla quale non sembra viceversa avere nessuna intenzione di allontanarsi lo stesso Zadoorian  – che con la consorte Rita felicemente vi alloggia, in una fantastica alcova sexy-vintage che farebbe impallidire le dimore di Arbore e D’agostino - il quale anzi pare trarne dalla stessa continuo giovamento ed estro creativo. Ed infatti la collezione di cose usate, malmesse, la fobia quasi maniacale – che lo scrittore mutua evidentemente da se stesso - di accatastare vecchia robaccia all’apparenza inutile, è ben rappresentata nei suoi ritratti dove l’ossessione per il riciclo e l’accumulo è evidente e ben si sposa con il minimalismo narrativo delle sue creature. Perché se è vero, come lo stesso autore ha ammesso: “ […] Carver mi ha insegnato che chiunque merita una storia e non è necessario che i personaggi abbiano delle vite affascinanti.”, è altrettanto vero che ciò non fa certamente di Zadoorian un mero clone del maestro. Anzi, lo scrittore di Detroit ha saputo costruire nel tempo un suo personalissimo e inimitabile stile, fatto di un’ironia disperata, affilata, eppur sempre maledettamente poetica.



 

 

 
 
 
 

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