Il mondo di ieri

Il mondo di ieri

C’era una volta, “nell’età d’oro della sicurezza”, un impero millenario, che aveva fatto della cultura e dell’arte una religione nazionale, il cui pantheon accoglieva divinità come Beethoven,Mozart, Brahms, Strauss, Mahler, offrendoli al culto di una Vienna adorante ai limiti del fanatismo; coccolandone l’ego grazie all’instancabile mecenatismo della ricca borghesia per lo più ebraica, che li accoglieva nei propri palazzi e ne diffondeva la fama. Un mondo in cui il giovane Stefan ha potuto coltivare la propria arte grazie ad una famiglia di solida ricchezza e (almeno da parte di madre) ottimo lignaggio pur essendo stato formato nella più rigida, ottusa, fredda e retriva delle istituzioni scolastiche. Ha nutrito il proprio spirito pacifista all’abbeveratoio dei grandi ideali, ha dialogato alla pari con i giganti come Wells, Shaw, Valéry, Romain Rolland, Jules Romains, André Gide, Roger Martin du Gard, Duhamel, Vildrac, Jean Richard Bloch , ma nel breve lasso di tempo “tra quando hanno iniziato a crescergli i baffi e quando hanno iniziato ad ingrigirsi”, il suo mondo è stato devastato per ben due volte dal “trionfo selvaggio della brutalità”...

C’era una volta l’innocenza che si è nutrita di ideali, ma Zweig ne documenta impietosamente il lento soccombere alle ideologie; c’era una volta una borghesia ebraica che per secoli ha fatto di tutto per rinnegare le proprie radici, per cancellare l’onta delle persecuzioni omologandosi alle culture delle nazioni in cui viveva e prosperava, ma, nel momento della sconfitta della ragione, quando è sul punto di essere spazzata via si è riscoperta parte di una più ampia comunità dolente, ha ritrovato la solidarietà e le proprie radici. Un’opera autobiografica senza molti dettagli biografici, se non qualche sparuto accenno ai genitori, a una seconda moglie, come se Zweig, sentisse di non avere il diritto ad alcun individualismo nel momento storico - il 1940, con la Seconda Guerra Mondiale in pieno svolgimento - in cui l’opera vide la luce; ha creato invece un’immensa, dolente, memoria collettiva transnazionale, sovranazionale, la testimonianza di un uomo che passa dall’esaltazione di sentirsi cittadino del mondo al sentirsi un alien enemy in quell’Europa che aveva sognato di vedere federata, il messaggio di commiato di un uomo che sta stoicamente progettando la propria morte.



 

 

 

 
 
 
 

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