Il mondo in fiamme

Un venerdì di marzo del 2019 circa un milione e mezzo di studenti, nelle città di tutto il mondo, è sceso in piazza per richiamare l’attenzione sull’emergenza climatica in atto. Contemporaneamente, il ciclone Idai stava per investire il Mozambico: ovunque abiti, questa generazione di giovani è la prima per cui “la devastazione climatica su scala planetaria non è una minaccia planetaria ma una realtà vissuta”. Anche se il negazionismo vero e proprio sta perdendo terreno, si affermano ideologie come l’ecofascismo etnonazionalista (l’idea che la crisi climatica sia, se non un’invenzione, una sorta di complotto socialista e un buon motivo per restringere ulteriormente l’accesso alle risorse) rivendicato dall’autore della strage di Christchurch. All’imprevedibilità dei fenomeni atmosferici e alla carente quantificazione del rischio di attività umane come le trivellazioni nell’oceano si affianca l’irrazionale e incosciente fiducia in una geoingegneria che possa modificare l’andamento dei cicli naturali. Sversamenti di petrolio, cicloni, incendi incontrollabili, aria irrespirabile per il fumo, estinzione di specie animali e vegetali, temperature “da forno”… i disastri ormai quotidiani qui raccontati non fanno che rendere più grave ed evidente la crisi ormai tangibile. È almeno dal 1988, anno della prima seduta dell’Ipcc – International Panel on Climate Change - che gli scienziati avvertono dell’esistenza del riscaldamento globale. Da allora, quasi nulla è stato fatto da quelle élite che detenevano insieme il potere e i maggiori interessi a mantenere lo status quo. Perché l’emergenza climatica non è diventata un tema centrale già allora? Per salvare il salvabile nel poco tempo che resta bisogna mettere in discussione le basi del capitalismo (il mito dell’inesauribilità, la violenza dell’”alterizzazione” per cui non tutte le vite hanno lo stesso valore…) e l’antropocentrismo (se l’ha fatto perfino il Vaticano con la Laudato si’…) e unire le spinte democratiche e sociali dei movimenti alle esigenze di un “nuovo corso” climaticamente, economicamente ed eticamente più fondato, nell’interesse di tutti e non solo di pochi…

Il mondo in fiamme, contro il capitalismo per salvare il clima raccoglie “lunghi reportage, momenti di riflessione e discorsi tenuti e scritti nell’arco di un decennio”, dal 2010 al 2019. I pezzi sono disposti in ordine cronologico e rispecchiano, secondo l’autrice, il graduale approfondirsi della sua analisi, ma sono anche un diario di viaggio in cui eventi catastrofici reali sempre più gravi diventano la base su cui costruire programmi al tempo stesso più ambiziosi e più emergenziali. La sequenza cronologica è preceduta da un’ampia premessa dedicata a Greta Thunberg e ai movimenti giovanili innescati dalla sua protesta, insieme a una prima panoramica su quella che potrebbe essere una soluzione adatta tanto al breve quanto al lungo termine: un piano sistematico di interventi ecologici in senso tanto ampio da includere economia e welfare, un vero e proprio Green New Deal. Il programma, nel concreto legato all’attività politica di Alexandra Ocasio-Cortez, è ripreso negli ultimi saggi del libro, i più recenti e più rimaneggiati rispetto alla loro stesura originaria (mentre nei precedenti compaiono solo sporadiche note di aggiornamento). Naomi Klein è ben consapevole della parzialità della sua analisi, in gran parte incentrata su Stati Uniti e Canada e su quella che lei definisce “Anglosfera”. Ciononostante, tenta di proporre una visione globale e intersezionale che possa coinvolgere tutti, a partire dai maggiori responsabili dell’inquinamento globale, coloro che hanno contratto il maggior debito nei confronti del resto del mondo: i governi dei Paesi più ricchi e le élite del carbonio. Una lettura che, pur con le ripetizioni inevitabili in una raccolta di articoli e qualche asperità nella traduzione, sollecita il singolo a una militanza che vada ben oltre le buone pratiche quotidiane, imponendo l’emergenza climatica al centro di ogni agenda politica nella prospettiva non di una maggiore austerity ma della condivisione e diffusione di uno stile di vista migliore (e più giusto) per chiunque.

 


 

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