Il mondo nuovo ‒ Ritorno al mondo nuovo

Il mondo nuovo ‒ Ritorno al mondo nuovo

Londra, anno 632 Dopo Ford. “Un edificio grigio e pesante di soli trentaquattro piani. Sopra l'entrata principale le parole: ‘Centro di incubazione e di condizionamento di Londra Centrale’ e in uno stemma il motto dello Stato mondiale: ‘Comunità, Identità, Stabilità’”. Nel palazzo, la stanza dell’incubazione è rivolta a nord ed è oltremodo fredda “nonostante l'estate che sfolgora al di là dei vetri, nonostante il caldo tropicale della stanza stessa”. Anche la luce “fredda e sottile” che entra dalle finestre trova solo vetro su cui poggiarsi, insieme a “nichelature e alla tetra lucentezza della porcellana di un laboratorio”. Nel laboratorio vengono fabbricati esseri umani attraverso uteri artificiali che producono 15.000 cloni l’uno. Gli esseri umani poi crescono velocemente fino a raggiungere i 20 anni di età e restano identici fino alla morte che avviene silenziosamente, e senza emozioni, intorno ai 50. I bambini sono indottrinati con frasi dettate loro nel sonno e attraverso droghe chimiche. Nessuna religione, nessuna forma di sentimento, nessuna forma di espressione artistica e, soprattutto, nessun pensiero è previsto. Ma all’interno di questo clima sociale fatto di esseri completamente uniformi e piatti, Lenina Crowne e Bernard Marx sembrano aver mantenuto tratti di individualità. Insieme vanno nel New Mexico, nella terra in cui gli uomini ancora si riproducono “come selvaggi”, e lì incontrano John che, addirittura, legge Shakespeare…

Il romanzo di Huxley (1932), Brave New World in originale, ossia “mirabile mondo nuovo” (da un verso di Shakespeare in cui “brave” non vuol dire “coraggioso” ma “eccelso”, “eccellente”, “mirabile”), è una satira grottesca sull’umanità, e da subito si è imposto come classico della fantascienza di genere distopico. Nel secolo ventisei, quello in cui la storia è ambientata, il mondo è diventato uno stato unitario privo di guerre o di povertà e la società è coordinata da dieci “coordinatori mondiali”. La vita è sempre equilibrata e il meccanismo sociale efficiente, ma per giungere a tale equilibro l’essere umano deve essere privato di qualsiasi emozione e facoltà intellettuale. Solo il corpo deve avere il suo sfogo attraverso una meccanica attività sessuale o sportiva. Ma “nessuno appartiene a nessuno” e persino i termini “padre” e “madre” sono considerati tabù, osceni o anacronistici. Si vive tutti in un eterno presente, sicuri che conoscere la storia del passato avrebbe solo ripercussioni negative, così come l’arte o il culto estetico. Le classi sociali sono in realtà caste cui gli esseri umani sono predestinati dallo stadio embrionale: si va dalla casta alfa degli individui più intelligenti destinati al comando, alla beta per coloro che avranno incarichi amministrativi, fino alla casta epsilon costituita da individui privi di facoltà socio-cognitive che svolgono mansioni umili senza mai lamentarsi. Tutti sono “felici”, ma è evidente che si tratta di una felicità effimera e basata solo sull’appiattimento e l’istupidimento mentale. Se lo si colloca nel clima culturale degli anni ’30, il romanzo tratta temi di sicura innovazione e rivela sorprendenti affinità con la nostra società attuale. In effetti, nella Londra de Il mondo nuovo, non si parla più di “educazione” o “istruzione” ma solo di “condizionamento”, il quale avviene sin dall’infanzia attraverso la ripetizione ipnopedica di slogan, al fine di condizionare gli individui ad amare la propria vita futura. Nei casi di possibile infelicità o malessere, gli individui vengono trattati con la “soma”, una potente droga antidepressiva che assicura il definitivo controllo delle menti. Come non pensare a tutti i palliativi e sistemi compensatori di cui l’uomo odierno, alienato nel sistema della continua produzione e della smania di progresso, ha spesso bisogno e di cui non può fare a meno? Dunque la distopia di Huxley si è rivelata indubbiamente profetica ed è per questo motivo che il suo romanzo viene spesso analizzato e studiato insieme a 1984 di Orwell. Lo stesso Huxley scrisse poi Ritorno al mondo nuovo negli anni ‘50 (qui presentato nello stesso volume), un saggio in cui, operando una sorta di futurologia retrospettiva, andava a verificare ciò che del romanzo iniziale si era già inaspettatamente verificato. Il saggio – che tratta anche delle differenze con Orwell e affronta temi di attualità come la sovrappopolazione – non godette mai di critiche troppo favorevoli: Huxley fu spesso accusato di eccessivo narcisismo, protagonismo e autocompiacimento. Tuttavia, il valore del libro originale non risiede soltanto nelle tematiche affrontate o nel presunto carattere profetico rispetto all’imminente futuro, ma anche nel suo linguaggio, spesso trascurato dai critici, e nella forma narrativa adottata. Nonostante la narrazione tradizionale, il discorso squisitamente letterario e di finzione si mescola mirabilmente al discorso scientifico, creando un originalissimo idioma che ricrea l’aspetto più grottesco dell’illusione esistenziale di controllare l’essere umano e le sue facoltà cognitive. Un linguaggio dunque raggelato e raggelante, come nel glaciale incipit privo di verbi, in cui la mancanza di azione grammaticale sembra essere lo specchio per l’immobilismo sociale e psicologico. Un linguaggio allegorico e ricco di simbologie ma, allo stesso tempo, realistico e asettico, veicolo per un’amara ironia che forgia la feroce critica verso gli eccessi della scienza. Anche da questa prospettiva stilistica, dunque, si tratta di un libro da leggere ancora oggi, non solo per il gusto fantascientifico della vicenda, ma anche, e soprattutto, per riflettere sulla nostra esistenza, universale, di esseri umani e sociali.



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