Il mondo secondo Fo

In una lunga intervista raccolta da Giuseppina Manin, giornalista del “Corriere della Sera” che si occupa da decenni di Teatro, Musica e Cinema, il popolare attore, drammaturgo e pittore Dario Fo si racconta in occasione del suo ottantesimo compleanno. Si parte dalle polemiche sul Nobel per la Letteratura vinto da Fo nel 1997, con lo sgarbo dell’allora sindaco di Milano Albertini che non fece alcun commento e al suo illustre concittadino non mandò neanche un telegramma: “Un silenzio assordante, una gaffe clamorosa a cui, qualche mese dopo, tentò di rimediare offrendomi un Ambrogino. Grazie no, il Nobel mi basta, risposi”. E poi le umili origini: il padre ferroviere, la madre contadina, i tanti “fantasisti sbilenchi” che popolavano il paesino sul Lago Maggiore in cui Fo è nato: “(…) A furia di frequentare quei balordi di talento, di ascoltarli nelle osterie, in piazza, alla darsena, sul sagrato della chiesa, noi ragazzi si collezionava rosari di storie meravigliose”. Tra tutti il più ricettivo era senza dubbio il piccolo Dario, “un monello sempre pronto a trasgredire le regole, a reinventare la realtà” ma abbracciato da una famiglia stupenda, “dove i soldi non abbondavano, ma l’affetto, l’allegria, l’ospitalità sì”. Dall’infanzia si passa alla giovinezza, al successo con le ragazze: “Non ero bello, ed ero povero. Per vincere dovevo puntare su qualcos’altro. Qualcosa che mi è sempre riuscito bene: far ridere. Così ho scoperto che le ragazze possono resistere a tutto, tranne a chi riesce a divertirle”. Ma è nel 1951 che Dario Fo incontra il grande amore della sua vita, la giovane soubrette Franca Rame…

Rileggere questo libro-intervista del 2007 riedito da Guanda nel quadro delle iniziative per ricordare Dario Fo a poche settimane dalla sua scomparsa è un qualcosa che ha più a che vedere con la sfera degli affetti che con l’approfondimento della sua arte o del suo pensiero. Pare di essere lì, nel salotto spazioso della casa milanese di Porta Romana in cui Fo e la Rame hanno vissuto per decenni e accolto affettuosamente chiunque avesse voglia di bussare alla loro porta, di guardare le pareti ingombre di quadri e di maschere (“Quando indossi la maschera non puoi mentire. La maschera nasce con l’uomo (…), il poter nascondere la propria identità e assumerne temporaneamente un’altra è un prodigio meraviglioso, ti consente una libertà inarrivabile altrimenti. Perché la maschera cela l’individualità, il relativo, il caduco e intanto rivela l’universale, l’inconfessabile. Copre i tratti, altera la voce e lascia uscire una cosa sola: la verità”), di accomodarsi accanto al grande attore sul divano, a sentirlo lamentarsi della vecchiaia senza crederci troppo (“Il fatto è che a me la vita piace. E tanto. Mi diverto troppo a vivere, sono curioso di tutto”). Si parla di Teatro e di amore, di politica e di religione, della RAI e di Milano, della censura e di pittura, senza soluzione di continuità, saltando un po’ di palo in frasca come accade nelle conversazioni spontanee e come sempre accadeva con Fo, affabulatore travolgente e logorroico al quale bastava una domandina per seppellirti di magnifiche, immaginifiche parole e aneddoti irresistibili. Quindi non si tratta tanto di (ri)scoprire come Dario Fo vedeva il mondo – come suggerisce il titolo del volume – quanto piuttosto di tornare per un po’ nel suo, di mondo. Ed è un bel tornare.



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