Il mondo in una piazza

Il mondo in una piazza
Fiorenzo Oliva è un giovane torinese che vive un trauma: una notte in cui è a passeggio viene ferito accidentalmente assieme a degli amici con dell’acido da un gruppo di marocchini in fuga. Fortunatamente i ragazzi non riportano ferite troppo gravi, ma Fiorenzo sente trascinarsi dentro di sé un senso di paura e diffidenza, come se il trauma lo avesse in qualche modo trasformato. E così tempo dopo decide di trasferirsi a Porta Palazzo, zona di Torino che racchiude cinquantacinque etnie diverse. Fiorenzo e il suo amico Ruben sono all’inizio due novellini facilmente preda di borseggiatori, spacciatori, e di ogni altro genere di criminale che vive a Porta Palazzo. Il territorio sembra una giungla ostile. Tuttavia alcuni punti di riferimento aiutano Fiorenzo a farsi una corazza e ad imparare a vivere in un quartiere dove scippi, atti vandalici e aggressioni con spranghe e pezzi di bottiglia avvengono ad ogni ora del giorno e della notte: il Fascio, che sfida le bande di ladruncoli col suo negozio sempre aperto, i vicini di casa Mohamed, onesto lavoratore marocchino, e Antonio, il “meridionale ingorante” che, brandendo il suo coltello, riassume la situazione con un “perché guarda che Gesù era una persona molto intelligente e non ci metteva qui tutti questi marocchini se non ci dava i mezzi per difenderci”. Fiorenzo per dieci mesi vive in una zona di Torino abbandonata dalle forze dell’ordine, che “si vedono solo quando fanno le retate”, ma di notte, “quando via Cottolengo è in fermento e fai fatica a uscire di casa, quando decine di ragazzi si ritrovano per vendere droga e provare a derubare qualche malcapitato, quando non vedi un italiano nel raggio di centinaia di metri e lì sotto ci sei tu, da solo, in balìa degli eventi, allora puoi star sicuro che, se anche li cerchi, se hai bisogno di loro, non li vedrai arrivare”. Alterna momenti di gratitudine per la vita che incontra, le storie, i paesi, i drammi umani, ad altri di esasperazione e brama di evasione. Tra una “zidane” (lo sgambetto che i maghrebini di Porta Palazzo fanno ai passanti per svuotare loro le tasche), un’auto dai vetri infranti, nidi di insetti in casa e l’incontro con Tigre, un giovane albanese a cui Fiorenzo offre protezione, l’avventuroso anno a Porta Palazzo termina e Fiorenzo prepara infine il suo trasloco tirando le somme di sé e del suo vissuto, traendo inaspettate conclusioni...
Mai letto un romanzo più pertinente alla contingenza politico-sociale: il parallelismo tra Porta Palazzo e via Padova a Milano è quasi scontato. Le somiglianze quasi inquietanti. Ma a ben vedere in realtà non si tratta propriamente di un romanzo: Il mondo in una piazza è un diario. Una cronaca raccontata dalla viva voce di chi ha vissuto i fatti. Il peggior errore che si potrebbe commettere iniziando a leggere questo libretto è quello di sottovalutarlo. Inizialmente sembra un semplice storiella autobiografica scritta in maniera convenzionale. Man mano che le storie umane ci si rivelano, però, questo libro sembra una tela che inizia a riempirsi di macchie e macchie di colore. Arrivando a veri e proprio momenti di denuncia sociale, come quando Fiorenzo rimane scioccato nel vedere dei bambini maghrebini tirare la colla (“pensavo che lo facessero sono nelle fogne di Bucarest o nelle favelas a Rio de Janeiro”), quando si indigna della trasformazione che subisce il quartiere durante le Olimpiadi, , per poi tornare la Porta Palazzo di sempre una volta spariti i turisti, a dimostrazione che la politica potrebbe sistemare le cose ma non lo fa, o quando gli ricordano di Cheik Ibra Fall, senegalese ammazzato “per sbaglio” dalla polizia durante un normale controllo, e di Ewemade Steve Osakne, nigeriano caduto da un cornicione mentre fuggiva da una perquisizione della polizia perché senza permesso di soggiorno. Fiorenzo dice, con saggezza, “non puoi conoscere il mondo attraverso la televisione, puoi osservare solo gli effetti, mai le cause. Le notizie alla tv sono superficiali e drammatizzate” e apre il suo racconto citando Rainer Werner Fassbinder, per ricordarci che “ciò che non siamo in grado di cambiare, dobbiamo almeno descriverlo”. Un’opera prima interessante più che per le capacità stilistiche o la dimestichezza con la penna (sicuramente passibili di qualche critica) per la profondità nell’analisi delle vicende reali e toccanti che vengono narrate, l’abilità nel cogliere le criticità di dinamiche che troppo spesso vengono banalizzate e urlate in ogni mezzo di comunicazione, senza attenzione per i chiaroscuro o sensibilità per la dimensione “umanitaria” che necessariamente va presa in considerazione nel parlare di immigrazione, integrazione e scontri sociali. Ammiriamo questo autore per l’onestà (si sorprende lui stesso, quando nell’aggirare dei ragazzi maghrebini che tentano di rapinarlo, ne spinge via uno urlando “marocchino di merda”: “Io, Fiorenzo, pacato, pacifista e antirazzista, che urlo una frase del genere”, si sorprende di trovarsi, per un attimo, d’accordo con un’anziana che affronta il problema degli immigrati a Porta Palazzo dicendo “qualcuno dovrebbe sparare dalla finestra e ucciderne uno”, e soprattutto non si vergogna di raccontarcelo) ma soprattutto per la cautela con cui fotografa la realtà ed evita facili giudizi o sentenze. Una lezione preziosissima per tutti coloro che, politici compresi, pontificano sulla realtà di Via Padova infiammando gli animi e fornendo un pessimo servizio al paese.

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