Il movimento delle foglie

Il movimento delle foglie
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Pierre Hunter ha ventiquattro anni e tutto finora sembra essere successo per caso, nella sua vita. Una serie di eventi casuali sui quali non ha avuto nessun controllo si sono succeduti fino ad arrivare a questa sera d’inverno dinanzi al camino di Stella Rosmarin. A partire da quando a diciassette anni Rebecca Lee lo ha lasciato dal fondo di un letto di ospedale, senza nemmeno dirglielo direttamente. Un ospedale in cui lui si era recato tutte le sere per spegnere di soppiatto il lampione in fondo al parcheggio la cui luce le impediva di dormire. Persino essere nato nella Driftless Area ha un che di casuale, i suoi genitori ci sono arrivati quando il cammino delle loro vite era già a metà, lasciandosi entrambi alle spalle un’altra famiglia per iniziarne una insieme: un’assicuratrice e un fisico, che hanno avuto Pierre ad un’età in cui la maggior parte delle coppie ha tirato i remi in barca. Anche la morte dei suoi lo ha colto alla sprovvista nel mezzo del college che ha impiegato cinque anni a finire, il ritorno a casa e il lavoro come barista al “Jack of Diamonds”, tutto sembra concatenarsi in maniera caotica fino a quel 31 dicembre, fino alla festa sbagliata. Pierre è l’ultimo arrivato al bar e il suo turno è il primo della sera, quello in cui i clienti sono ancora troppo sobri per sganciare mance generose, per cui sono da poco passate le nove quando vaga verso una festa a casa di qualcuno che non conosce nemmeno tanto bene, una di quelle occasioni in cui nessuno sembra sapere chi abbia invitato gli altri e chi ci sia nella stanza accanto, una situazione che lui vive sull’orlo di una sorta di disagio velato, strisciante ma non sufficiente a farlo allontanare se non per una breve passeggiata al parco che lo porta ad un altro incontro casuale con un vecchio che indossa stivali da cowboy neri e sembra aspettare qualcuno che non arriva. Convinto di tornare alla festa, Pierre entra nella casa sbagliata, una nella quale è in corso una festa a cui non è il benvenuto e innesca, di nuovo in maniera fortuita, la serie di eventi che lo porteranno davanti a un giovane, insipiente, giudice di campagna, poi a un ridicolo programma di riabilitazione accelerata e a una improvvida pattinata su uno strato di ghiaccio troppo sottile per il suo peso. La nuotata nelle acque gelide è la scintilla finale, quella che nell’arco di un anno innescherà la peggiore delle esplosioni, ma, per il momento è l’occasione dell’incontro con la bellissima, misteriosa Stella Rosmarin, che vive reclusa in una casa sulla collina e che l’ha visto sparire nelle acque nere del lago di Lens, correndo a salvargli la vita…

Una delle domande che occupano la mente del lettore mentre si lascia trasportare nella Driftless Area è quanto disti nella geografia immaginaria del mondo di Tom Drury dalla Grouse County, ma col procedere del racconto ci si rende conto che più importanti delle miglia che dividono le due contee sono in realtà i destini degli abitanti che le abitano. Nella Driftless Area, una bizzarria geologica che prende il suo nome dai residui di pietre, sabbia e argilla prodotto dallo scioglimento dei ghiacciai che sembra non aver toccato l’area se non marginalmente, abitano persone trascinate fin lì dalle correnti di marea che hanno governato le loro vite senza che potessero opporvisi. È una storia d’amore noir quella che in italiano prende il titolo Il movimento delle foglie con il beneplacito dell’autore che spiega in una nota finale quanto gli sia piaciuta la scelta di NN di modificare il titolo originale e perché. Le vite di tutti i personaggi sembrano essere in balia del vento. Un vento che l’autore decifra e racconta nella magistrale traduzione di Gianni Pannofino, senza mai una parola di troppo, misurando gli aggettivi come granelli di sabbia nel collo stretto di una clessidra, passando le parole al vaglio del setaccio stretto della compassione umana. I personaggi prendono vita dalla penna di Tom Drury come in un misterioso teatro delle ombre, danzano su sfondi disegnati apposta per contenere vite danneggiate, erose come il territorio aspro che le ospita. Sono persone in fuga come Stella o silenziose come Keith Lyon il misterioso chef che ha reso famoso il locale di Terry Benton, miliardario dell’elettronica che si è ritirato a quarant’anni per ricostruire il “Jack of Diamonds” dei suoi ricordi di infanzia. Il locale, se non ha il potere magico di far rivivere i fasti che ricorda, ha però la funzione di fornire un guscio a molte solitudini, un palcoscenico a vite che hanno bisogno di darsi un senso attraverso lo sguardo altrui. Ci sono i clienti solitari come Rudd e Garner e poi quelli incasinati come Roland, in perenne lite con sua moglie Carrie, una sorta di comparsa che troppo spesso assume un ruolo di comprimaria nella vita di Pierre. Il talento indiscusso di Tom Drury sta nel raccontare vite piccole, bordeggiate di violenza e mistero, giustapponendole ad uno scenario immenso, maestoso, sul quale esse si proiettano dando vita a sfumati contrasti, come in un mostruoso teatro delle ombre che al sorgere del sole si rivelerà in tutta la sua triste, immaginata realtà. Il mistero di cui è ammantata Stella, attira Pierre verso un mondo di ombre al quale sembra naturalmente destinato sin dall’adolescenza e non importa cosa Chris risponderà alla sua domanda “Tu ci credi nel destino?” perché se la vita ti porta su una strada in discesa o su una lastra di ghiaccio sottile, tu rotoli e speri solo di distribuire il peso del corpo in modo da attutire i danni.



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