Il muro del nord

Il muro del nord
Vienna. Dalla poltrona sulla quale è seduta, di fronte all’ampia finestra con vista sulla strada, Marta spinge lo sguardo al di sopra dei tetti e oltre gli alberi del parco vicino. I suoi occhi vedono l’azzurro del mare, quel che lei ode è il fragore del vento del mare, il vento sulle onde e sulla battigia. L’insenatura di Valcane. Le barbe oscillanti che si allungano nell’acqua trasparente come erbe marine color verde scuro aderenti ai ciottoli della battigia, la lunga spiaggia, lo stabilimento balneare e la fila di cabine dai vividi color pastello. Lei, bambina, si diverte a bussare – per poi scappare -  alle porte gialle rosse e blu delle cabine, e corre sulla spiaggia affondando i piedi nudi nella sabbia calda, mentre il padre la chiama dalla pineta… Nella tastiera della memoria, con il passare degli anni, alcuni tasti si sono sollevati e sono più sensibili ai polpastrelli delle anziane dita di Marta. Da quella poltrona innanzi alla finestra, con vista sul cielo, si intrecciano e si fanno vivi i ricordi, soprattutto in chi, come lei,  ha la percezione che il tempo  - quello puramente oggettivo -  è passato, e sta ormai per finire. I libri stessi sugli scaffali portano lo sguardo dell’anima lontano. L’incontro, in giovinezza, a Pola, e poi a Trieste,  con quel giovane uomo venuto da Dublino in “esilio volontario”  – sono i primi anni del ‘900,  un giovane, irrequieto ed eccentrico scrittore  alla ricerca di nuovi mari, un “pirata” che seguendo il filo della memoria e dell’interiorità sente i frammenti di vita  trascolorare gli uni negli altri, inseguendone una superiore unità. James Joyce, il suo nome. Vite si intrecciano. Attraverso  “casuali” percorsi: nella Vienna degli anni Novanta, quasi un secolo dopo,  giunge, in fuga dalla guerra fratricida che insanguina il suo paese, Olga, ex bibliotecaria di Belgrado, alle spalle una carriera mancata come assistente universitaria di anglistica. Joyce l’autore inglese prediletto. A Vienna Olga stringe amicizia con Rita, nipote dell’anziana Marta – ormai ultracentenaria. Nel suo vagare quotidiano per le vie e i vicoli della città e per mondi letterari, Olga, esule,  cerca la sua identità, o forse sempre nuove identità. La sua vita si intreccerà con altre vite, esistenze sospese alla ricerca di un centro, in balia di un mare in cui si è perso il percorso e la direzione, forse semplicemente vite che hanno preso il largo. Così come aveva fatto Joyce partendo da Dublino, lasciandosi alle spalle la stazione di North Wall, “il muro del nord”…
Intrecciando fili diversi Dragan Velikić ci accompagna, dipingendo un sapiente affresco, nel cuore di una Mitteleuropa perduta. Gli scenari marini di Pola e la vitalità multiforme della Trieste asburgica di inizio ‘900 – teatro della giovinezza di James Joyce - il fascino regale di Vienna.  Un viaggio lungo il XX secolo, in un continuo andare fra passato e presente, che si spinge sino agli scontri fratricidi nella ex-Jugoslavia, negli anni ’90. Un viaggio in cui, spesso nel comune tema dell’esilio, si intrecciano diversi fili di storie personali, fili che, sul piano puramente oggettivo, sembrano legarsi fra loro in modo talvolta quasi impercettibile. Eppure, frammenti di vite, o vite frammentarie, si intrecciano a distanza di luoghi e tempi, e sembrano dialogare in un bizzarro gioco di rimandi simbolici e coincidenze. Al di là di una semplice coincidenza di tempi e luoghi, destini si intrecciano, attraverso una dimensione innanzitutto soggettiva e interiore, perché – dice uno dei protagonisti -  “i destini si ripetono”. In viaggi paralleli di anime, ciascuno, come altri, può ritrovarsi a viaggiare fuori e dentro di sé, nel profondo di sé, a fare i conti con un passato che gli appartiene, che a volte sostiene e rassicura, talvolta invece trattiene e impedisce di prendere il largo. Allo stesso modo, dove è l’anima a ridefinire i confini delle cose, capita di abitare e sentirsi a casa in luoghi e spazi lontani, ma avvertiti come profondamente vicini, perché lì abita la nostra interiorità. È proprio questa soggettività dell’anima, che ritrova reconditi legami fra le cose e unifica l’esperienza,  la cifra più suggestiva e poetica della narrazione di Velikić, e il tratto unificante de Il muro del nord. Un viaggio dai contorni precisi eppure sfumati e indefiniti quello in cui ci accompagna lo scrittore. Un viaggio in cui non conta la meta ma l’andare stesso, con i suoi chiaroscuri talvolta o spesso dolenti, ma pur sempre sinceri e veri. È proprio nel viaggio, con le sue luci e le sue ombre, che Velikić riconosce il senso e l’essenza della vita: “l’inizio del racconto è l’entrata in città. Possiamo avvicinarci da più parti: per vie traverse, oppure in linea retta lungo il boulevard, e sbucare sulla vasta piazza. Se resistiamo alla tentazione dei vicoli laterali, degli androni oscuri e delle ombre dei cortili interni, il nostro tragitto sarà breve e senza incertezze, lineare come la soluzione di un rebus. Tuttavia, il significato di un viaggio è che alla meta giunga qualcun altro”. Un viaggio ricco di suggestioni, col sapore della vita.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER