Il narratore di verità

Il narratore di verità

A bordo di un aereo, Lucio legge per l’ennesima volta la raccomandata tutta sbrindellata che tiene in mano. In quel mentre gli suona il telefono. Dall’altro capo cercano di incastrarlo in qualcosa, ma Lucio è perentorio: “Sospendi tutte le missioni”. Ha altro da risolvere, adesso. Dopo vent’anni, Lucio ha ricevuto da suo padre una strana lettera – quella che tiene in mano – e non ha scelta: deve tornare a casa. Sembra passata un’eternità da quando, appena ragazzo, è salito su un treno e se n’è andato di casa. Lontano da suo padre, l’imprenditore Gildo Blumenthal, che non è mai riuscito a vedere niente a parte il suo stupido lavoro, vale a dire una quaglieria industriale. La fabbrica di fuochi artificiali di Arsenio Pantone si trova proprio di fronte alla quaglieria del signor Blumenthal. Dire che i due imprenditori si detestano è poco. Pantone ha una figlia, Sara, cresciuta senza mamma e soggiogata dalla forte personalità del padre, che la considera una mentecatta. Ci hanno pensato tante dolci “donnemamme” – ex fidanzate di Pantone – a crescere e ad accudire Sara con dolcezza. Di nascosto dal padre, ovviamente. Un giorno Sara e Lucio si ritrovano sullo stesso treno in partenza. Lui sta appunto scappando di casa, lei invece da casa è stata appena cacciata. Non si conoscono. Ma proprio un attimo prima che il treno inizi a muoversi, a Sara viene meno il coraggio e si tuffa oltre la porta scorrevole…

Di carne al fuoco, Tiziana D’Oppido – traduttrice e interprete al suo romanzo d’esordio – ne mette parecchia. Le tematiche racchiuse nel suo libro sono infatti tantissime: rapporto genitori-figli, menzogna, introspezione, relazioni interpersonali, crescita e tante, tante altre ancora. E questa ricchezza di temi e argomenti gioca come un’arma a doppio taglio all’interno del libro. Se infatti da un lato tale varietà contribuisce ad arricchire e impreziosire il romanzo, rendendolo pieno e completo, dall’altro lato il rischio di cadere nello stereotipo rimane alto. L’abilità dell’autrice – e la forza del libro – sta tutta nel mantenersi in equilibrio tra queste due tensioni. Un discorso analogo si può fare per lo stile: Tiziana D’Oppido sceglie con cura le parole da usare e unisce con destrezza neologismi, regionalismi, tecnicismi e gerghi di vario genere. Il risultato è quello di uno stile ricco e variegato, difficile da lavorare, che talvolta potrebbe apparire un poco esasperato. Infine, meritano un’analisi specifica anche i discorsi diretti di cui è punteggiato il romanzo. L’autrice lavora duramente alla ricerca di un linguaggio diretto e spontaneo, il più possibile naturale. E riesce nel suo intento, con la sola criticità di costruire, di tanto in tanto, dei discorsi forse un po’ troppo colloquiali. Il narratore di verità è un romanzo di intrigo e sentimento, di bianco e nero, di gioia e dolore. Il romanzo d’esordio di un’autrice che sta maturando.



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