Il naufragio delle civiltà

Il naufragio delle civiltà

Amin Maalouf non fa in tempo a conoscere il Levante degli anni d’oro, quello in cui, per dire, ha vissuto Fausta Cialente, esule dal fascismo, perché, per motivi meramente anagrafici, arriva troppo tardi. Di quel gran teatro è rimasto, dice, solo uno sfondo a brandelli, della festa solo le briciole. Ma spera sempre che la festa possa un giorno ricominciare, non vuole credere che il destino lo abbia fatto nascere in una casa già promessa alla demolizione. E di case i suoi ne hanno costruite alcune, tra l’Anatolia, il monte Libano, le città costiere e la valle del Nilo, tutte case che avrebbero abbandonato, una dopo l’altra. Ne conserva la nostalgia, naturalmente, e anche un po’ di rassegnazione stoica di fronte alla vanità delle cose. Non affezionarsi a nulla di cui si potrebbe poi sentire la mancanza il giorno in cui si dovesse andare via! È fatica sprecata. Ci affezioniamo, inevitabilmente. Poi, inevitabilmente, ce ne andiamo. Senza nemmeno chiuderci la porta alle spalle, perché non ci sono più né porte né muri. È nato sotto il segno dei Pesci, a Beirut, il 25 febbraio 1949. La notizia è annunciata il giorno dopo, come si faceva un tempo, in un trafiletto nel giornale in cui lavora il padre. “Il bambino e sua madre stanno bene.” Il paese e la regione invece versano in pessime condizioni. Poche persone se ne stanno rendendo conto in quel periodo, ma la discesa agli inferi è già iniziata. E non ha intenzione di arrestarsi. L’Egitto, la casa adottiva della sua famiglia materna, è in ebollizione. Il 12 febbraio, due settimane prima della nascita di Amin, Ḥasan al-Bannā, fondatore dei Fratelli Musulmani, viene assassinato…

L’America è la superpotenza per antonomasia, e lo è da quando l’Unione Sovietica si è sfasciata col fragore di un muro che crolla, ma ormai nel ruolo di difensori della giustizia e della libertà senza macchia né ombre gli Stati Uniti, purtroppo, non sono più credibili da nessun punto di vista, etico, civile, sociale, culturale, economico, politico. L’Europa ha promesso pace e benessere, ha dato vita al progetto più ambizioso e ideale di sempre, eppure, con buona pace delle radici illuministe e illuminate, è, anche a causa di errori marchiani, in crisi nera e si sta sfilacciando e sfarinando. Il mondo musulmano è allo sbaraglio, e le conseguenze nella popolazione si vedono, si sentono, si ripercuotono anche a decine di migliaia di chilometri di distanza. Nazioni economicamente emergenti che certo però dei diritti umani non sanno che farsene come Cina, India, Russia e Brasile (quest’ultimo soprattutto dopo la conversione a U verso la destra più oscurantista che vi sia, che ha riacceso le micce della polveriera militaresca del Sudamerica a trazione narcotrafficante) vogliono contare sempre di più sullo scacchiere internazionale di un mondo sempre più inquinato a ogni livello (nonostante ci sia chi lo neghi, ma si sa che negare l’evidenza è un vizio antico e che va bene per tutto, tradimenti coniugali compresi…), e dal loro punto di vista certo non hanno torto. Amin Maalouf, settantenne giornalista e scrittore dal palmarès - anche per quel che concerne la narrativa propriamente detta - di tutto rispetto, nonché dallo sguardo assai acuto, venuto al mondo a Beirut in una famiglia di intellettuali ma da tempo naturalizzato francese (dopo aver studiato economia e sociologia si è trasferito oltre quarant’anni fa a Parigi), con questo saggio denso, intenso, istruttivo e a tratti persino demoralizzante e destabilizzante continua, come fa da decenni, percorrendo il globo in lungo e in largo, in zone di guerra e di pace, a indagare, raccontare, testimoniare, non lesinando dettagli personali vividi e significativi, e immortalare la nostra realtà, la nostra, anzi, le nostre, perché ci sono tante visioni del mondo, civiltà, mostrando chiaramente quale pare essere la direzione imboccata e stimolando la riflessione sulle contromisure da prendere per, nel caso, cambiarla, andando verso mete migliori.



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