Il nemico

Il nemico

4 Aprile 2008. Il Presidente del Consiglio Mauro Grandi sbarca in gran segreto all’aeroporto di Firenze Peretola, dove ad aspettarlo c’è una sottodimensionata scorta composta da un solo agente e un’unica vettura che viene parcheggiata nei pressi dell’ingresso principale. Quando i due salgono a bordo, la vettura percorre pochi metri per poi esplodere, senza lasciare scampo ai suoi occupanti, nonostante nessuno si sia avvicinato ad essa come dimostrato da decine di filmati… Ora il nuovo Presidente del Consiglio è Angelo Grandi, figlio del predecessore e ad indagare sull’attentato ci sono Gianni Rocchi e Manuel Bastiani, rispettivamente migliore amico e figlio dell’agente scomparso. Ad un passo dalla pensione Gianni, al primo incarico l’esuberante Manuel che avrà il compito di agire come infiltrato nelle maglie di una malavita a lui del tutto sconosciuta…

La trama da sola dovrebbe bastare a farsi un’idea. Il Primo Ministro arriva in “gran segreto” per intervenire ad un convegno annunciato a Palazzo Vecchio… L’agente che lo preleva all’aeroporto parcheggia la Pantera nel primo posto che si libera e va incontro al Premier a piedi come si fa quando arriva la zia Pina da Bitonto… E siamo solo a pag. 25, quindi c’è bisogno di rileggere ciò che Tommaso Rosini specifica nella premessa e nell’introduzione. Nella premessa l’autore ci avverte che l’ambientazione del romanzo è distopica e che, prendendo spunto dalla realtà (?), ha sviluppato all’estremo elementi di degrado e violenza. Nell’introduzione ci ammonisce sul fatto che è inutile continuare a fingere di non vedere che viviamo in un mondo cattivo. Bene. Con questi presupposti si resta disorientati quando poi la narrazione è tale da fare apparire pulp le imprese di John Gattoni o Don Matteo. Gli “anfratti più inquietanti” ed i “personaggi ambigui e senza morale” annunciati in quarta di copertina si risolvono in temuti criminali che rivelano tutte le loro mosse al primo che passa cantandosela fino alla settima generazione e che reagiscono ad un colpo sul viso con un boldiano: “Oddio! Che dolore!”. Braccati da sbirri che farebbero impallidire l’Ispettore Clouseau. Come infiltrarsi nella malavita? Basta trovarne il capo e minacciare di corteggiargli la ragazza (“Siamo ai ricatti eh?”). Come impressionare l’infiltrato? Basta mostrargli le mani che recano una cicatrice di svariati punti di sutura sotto il pollice e la mancanza di due falangi dell’indice sinistro: “Era una visione da film splatter.” (sic!). E allora viene il dubbio di essere precipitati nella saga di Una pallottola spuntata, quel genere in cui il tono da duri e carico di tensioni à la Raymond Chandler deflagra comicamente con l’assurdità di situazioni risibili. Se a questo panorama aggiungiamo una scrittura condita con frasi fatte, sviolinate ritrite e fuori contesto sulla bellezza di Firenze ed un uso disinvolto dell’italiano con gli ispettori che “rantolavano nel buio...” uno che “voleva apparire più astuto di quanto non sia…” noi che “arriviamo a picchiarsi…” ed altre inesattezze (Il Mostro di Firenze primo omicida seriale della storia d’Italia? E Boggia? Verzeni? La Cianciulli?), ci si rende conto che sarebbe da chiarire anche il significato di ambientazione distopica e di quanto ingenuo e spericolato sia stato il tentativo di un esercizio bendato e senza rete in territorio sconosciuto. Ricordiamo solo che è un territorio lontano, percorso da gente come Asimov ed Orwell.



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