Il nome del padre

Il nome del padre

La viceispettrice Valeria Salemi è in ambasce, forse per il caldo opprimente di quel torrido agosto (anche se il commissario Cavallo sostiene che le estati veramente calde sono finite con l’arrivo dei condizionatori), oppure per l’incertezza che grava sul suo futuro lavorativo: sono passati sei mesi da quando ha inoltrato domanda di trasferimento all’Antimafia e non ha ancora ricevuto nessuna comunicazione al riguardo. Quello che è certo è che lì, al commissariato Città Studi di Milano, si sente “marcire” e che, quando il capo la convoca nel suo ufficio, vorrebbe trovarsi da tutt’altra parte. Ma poi succede qualcosa che non si sarebbe mai aspettata: lui le sottopone un fascicolo enorme, dicendole di “leggerlo”. Cos’è, uno scherzo? Peggio, è il primo caso del commissario Cavallo ‒ allora viceispettore, come lei oggi ‒ a tutt’oggi irrisolto: un cadavere, fatto a pezzi, ritrovato in una valigia al deposito bagagli della stazione ferroviaria centrale. Quel fascicolo ha l’aspetto, il sapore del romanzo e lei non è proprio quella che si definirebbe un’esperta del settore, ma ha una particolarità: gli manca il finale. E Cavallo, dopo trent’anni, non riesce a smettere di pensare che quell’indagine una conclusione dovrebbe pur trovarla...

Flavio Villani ‒ neurologo classe ’62 che è qui al suo esordio nel noir (ma non in narrativa: è suo L’ordine di Babele del 2013 con Laurana) ‒ consegna un libro ben scritto, che ci parla della Milano degli anni ’70 sempre più stretta nelle maglie della criminalità “terrona” di Secondigliano, in particolare nei suoi quartieri più difficili, e di poliziotti consapevoli di essere “ai margini, incapaci di incidere davvero sulle cose” alle prese con la camorra che nelle zone che controlla è l’unica vera autorità; uomini tuttavia determinati a non cedere e a fare comunque tutto il possibile per ripristinare l’ordine, la giustizia, la legalità, foss’anche in un solo caso. Il nome del padre è un romanzo dal ritmo non incalzante ma costantemente in crescita; forse non originalissimo (si tratta di un’indagine poliziesca su un cold case di trent’anni prima) ma che l’autore ‒ che ha peraltro fatto ricerca nel settore della neurofisiologia ‒ riesce a non soffocare nelle sue conoscenze scientifiche e a rendere godibile fino alla fine. Uniche vere cadute di tono si riscontrano nell’uso del dialetto napoletano, completamente sbagliato (uso che come sempre richiederebbe più cautela da parte degli autori, ma anche più supervisione da parte degli editor). Uno dei pochissimi romanzi italiani della nutrita collana “I Neri” di Neri Pozza.



 

 

 
 
 
 

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