Il nuovo dell’Italia è nel passato

Il nuovo dell’Italia è nel passato
L’Italia rappresenta uno dei più ingenti bacini di ricchezza culturale del mondo intero. Il vasto patrimonio archeologico e artistico disseminato lungo l’intero territorio del nostro paese costituisce un giacimento le cui potenzialità di sviluppo purtroppo non vengono attinte in maniera adeguata. Non basta, infatti, limitarsi alla tutela e alla conservazione, che pure sono necessarie, ma occorre soprattutto animarlo e valorizzarlo sempre di più, perché rappresenta l’elemento costitutivo della nostra identità storica, della nostra civiltà e del nostro saper fare. È necessario, piuttosto, assumere consapevolezza che le prospettive di ripresa e di tenuta della coesione sociale sono legate a processi virtuosi di cambiamento che scaturiscono soprattutto da una spinta di natura culturale, destinando una cospicua politica di investimenti alla cultura, alla ricerca e all’educazione in tutte le componenti del sapere umanistico. Anche l’archeologia, dal canto suo, può offrire un prezioso contributo, invogliando il pubblico, estraneo alla materia in senso specialistico, ad avventurarsi tra le vestigia del mondo antico con la persuasione che far risorgere mondi trapassati consente di liberare energie creative in grado di riportarci a ciò possiamo ancora essere…
Dinanzi a una regressione socioculturale sempre più diffusa, Andrea Carandini – professore emerito di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana all’Università La Sapienza di Roma in questo libro-intervista condotto da Paolo Conti, ripercorre origini e formazione di una passione culturale e civile per l’archeologia classica che lo ha condotto non solo all’insegnamento ma anche alla battaglia politica. Marxiano, ma non per questo marxista e nemmeno comunista, ritiene che occorra lottare per far emergere un nuovo centro culturale. Confessa di non appartenere a quella categoria di persone che pensa di aver trovato nel passato l’utopia per criticare il presente; ma piuttosto a quella di un sapiente affetto da una sorta di religioso amore per il patrimonio storico e artistico della propria nazione. Il suo atteggiamento lo assimila in maniera del tutto inequivocabile alla figura di quegli antichi umanisti, i quali non badarono unicamente a riproporre i valori di un mondo passato, ma alla rieducazione al senso del bello e della virtù. Chi voglia opporre ragioni di speranza al catastrofismo dominante e non intenda arrendersi alla dilagante mediocrità culturale troverà conforto e stimolo nella lettura di questa vibrante testimonianza civile.

 

 

 

 
 
 
 
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