Il padiglione d’oro

Il padiglione d’oro
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Giappone, a cavallo tra il secondo conflitto mondiale ed il dopoguerra. Mizoguchi è un giovane accolito buddhista che segue le orme del padre sacerdote. Grazie all’amicizia di quest’ultimo con l’abate del Tempio del padiglione d’oro, a Kyoto, Mizoguchi vi viene accolto per completare gli studi. Il ragazzo è un anima tormentata, di una bruttezza indefinita, balbuziente ed afflitto dal demone di quella bellezza che non gli appartiene. Su di lui il padiglione esercita un fascino morboso che lo opprime, ne acuisce il disagio ed senso di straniamento. All’università conosce Kashiwagi al quale si avvicina, vincendo la ritrosia, solo perché vi avverte una similitudine con se stesso: il ragazzo, infatti, è storpio. Ma Kashiwagi, che non subisce la deformità dei suoi piedi sbilenchi, è uno spirito ancora più inquieto di Mizoguchi e lo inizia alle gioie della vita; con cinismo e cattiveria lo induce ad un’esaltazione lasciva nel compiere peccati di qualunque natura (furti, bugie, percosse, sesso). Ma il padiglione resta lì ad ammonire e ricordare al giovane accolito che la sua vita è destinata al sacerdozio non al libertinismo e con questa presenza monolitica induce Mizoguchi a pianificare l’atto che lo porterà a liberarsene per sempre, prima di tutto nel suo cuore, con la forza distruttrice e purificatrice del fuoco…

Da mero fatto di cronaca, l’incendio del padiglione d’oro diventa tra le mani di Mishima un elemento simbolico per rappresentare da un lato una sorta di voce della coscienza che richiama all’ordine ed alla disciplina, dall’altro la cartina di tornasole che misura la capacità degli individui di distruggere i propri miti, gli oggetti del desiderio, gli steccati che li separano dalla trasgressione o, meglio, dalla vita e dalla libertà in una ricerca non convenzionale di se stessi. Se è vero, come disse Flaubert, che “Il buon Dio è nei dettagli”, allora Il padiglione d’oro è una vera e propria professione di fede, un romanzo che è tutto uno scendere nel particolare più infimo, capace di restituirci immagini precise, anzi, di più: perfette. Esattamente ciò che vorrebbe essere lo scopo ultimo di uno scrittore: far vedere al lettore ciò che egli stesso vede. Qui Mishima ci riesce benissimo - con quella sua delicatezza brutale nello squarciare veli, nel raccontare gli amplessi, nel deformare la realtà in un’apparenza di se stessa - fondendo due cose che fanno grande una trama: la sapienza delle descrizioni e la cura per il linguaggio “mai approssimativo, mai casuale, mai sbadato”, come direbbe Calvino.



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