Il padre americano

Il padre americano
Antonio non fa nemmeno in tempo ad accompagnare la salma del padre al cimitero che deve correre subito all’aeroporto, dove lo aspetta un volo per San Francisco e dove lo aspetta la bella Mirta, di vent’anni più giovane di lui. Un lungo viaggio dalla California al Colorado a New York forse è quello che ci vuole per assorbire il dolore sordo della morte del padre, un anziano giudice calabrese trasferitosi a Roma dal figlio, professore universitario, perché continuare a vivere da solo non era più possibile. Davanti ai nuovi orizzonti americani, fra un capriccio e l’altro della viziata fidanzata, Antonio ripercorre la sua storia. A diciotto anni è stato praticamente costretto dai genitori a lasciare Reggio Calabria e trasferirsi a Roma, perché il padre – impegnato in un processo contro la ‘ndrangheta – aveva ricevuto delle minacce. Antonio ha vissuto in un collegio, dedicandosi solo allo studio della letteratura e coltivando un’unica amicizia, quella con Ernesto, studente svogliato ma dotato di grandissimo talento, tanto che oggi è diventato un famoso scrittore. E poi ancora più indietro nel tempo, quando il nonno paterno, per cinque anni, emigrò in America appena ventenne. Perché quei cinque anni sono avvolti nel mistero? Perché in famiglia nessuno ha mai voluto raccontare quella storia? Proprio mentre la relazione con Mirta si sta sfilacciando, Antonio decide di rimanere negli Stati Uniti per cercare di risolvere il mistero del nonno e fare i conti definitivamente con il dolore per la morte del padre… 
Leggere questo meraviglioso romanzo postumo di Rocco Carbone, scrittore prematuramente scomparso in un incidente di moto, significa entrare in una storia, in una vita, che si presenta al lettore come fosse costituita da una serie di porte in cui entrare e uscire. Dal presente narrativo (il viaggio in America) si varca una soglia e si entra in un’altra stanza, quella in cui il protagonista racconta della convivenza con l’anziano padre, l’odore della vecchiaia che improvvisamente invade l’appartamento romano del figlio scapolo e disabituato alla convivenza. La cura, l’affetto, la devozione quasi trattenuta per quel padre retto ma percepito sempre come distante, perché il figlio ha abbandonato la casa paterna alla fine del liceo. E allora ecco un’altra porta, un’altra stanza, gli anni dell’università, lo studio solitario, quasi maniacale e l’amicizia con lo scapestrato Ernesto, la mai sopita invidia per il suo successo come scrittore. Poi un matrimonio di passaggio, rapido, quasi indolore, senza ricordi, perché sono i ricordi più antichi, più lontani, quelli che pungolano Antonio. Le scarne lettere del nonno scritte alla moglie dall’America, che il padre gli consegna quasi in punto di morte; nomi di italoamericani che riaffiorano dalle onde del tempo, la vita che fugge da una parte e si riacciuffa dalla parte opposta, perché c’è un filo, forse più d’uno, che tiene insieme tutto e tutti. Narrato in modo impeccabile, con una scrittura non troppo ricca di dialoghi ma con frasi precise ed essenziali che fanno spiccare i dettagli importanti, Il padre americano è l’ennesimo motivo per rimpiangere il talento di Rocco Carbone.

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