Il paese che era la nostra casa

Il paese che era la nostra casa

2011. Mentre crollano i regimi autoritari in Tunisia, in Egitto, in Libia, in Siria detiene ancora il potere il regime guidato da Bashar al-Assad, che tenta di coprire le sue falsità accusando i media, scagliandosi contro un presunto complotto estero contro la Siria, silenziando ogni testimone. I giornalisti, siriani e stranieri, iniziano a scomparire. Un anno molto delicato quello in cui Alia, americana, figlia di siriani emigrati negli Stati Uniti e da tempo desiderosi di tornare alla loro patria, decide di tornare a Damasco. Vuole ristrutturare la casa della nonna materna, Salma, situata nel quartiere Ain al-Kirish, in cui la sua famiglia aveva abitato fino agli anni Settanta. Ritrova lì le stradine strette, i balconi così vicini da potersi parlare da una casa all'altra, l'albero di arancio amaro piantato dalla nonna, ma anche un Paese in cui dilagano paura e instabilità. Il timore di essere denunciati e portati via in ogni momento dal mukhabarat, nome con cui vengono designati i quattro apparati di sicurezza che sorvegliano senza sosta i sudditi del regime, obbliga a sussurrare, a pesare bene le parole. Alia si trova in una posizione particolarmente delicata: è americana ed è una giornalista, non è sposata, si trova in Siria da sola, è stata in Palestina e Israele. Ogni domanda sul perché si trovi in Siria in quel momento è molto pericolosa, per lei e per la sua famiglia. Occorre essere cauti su ogni cosa che possa attirare l'attenzione o apparire sospetta agli occhi del regime…

Il paese che era la nostra casa non è sicuramente un testo semplice da affrontare. Enorme è la quantità di informazioni di cui è intessuto questo ampio “racconto della Siria”, in cui Alia Malek, americana di origini siriane, attivista per i diritti civili e giornalista, si assume la non lieve responsabilità di esporre e spiegare la complessa, stratificata geopolitica mediorientale e, ovviamente, siriana. Si parte dalla caduta dell’impero ottomano, passando per l’ascesa di Assad, giungendo infine alla guerra fratricida e ai più recenti sviluppi della storia siriana. Sviluppi spesso misconosciuti, accettati nella forma di un indolente appiattimento sul conflitto confessionale, gettati nel calderone di tutto ciò che appare troppo intricato, confuso, “lontano”. Non ci si aspetti ad ogni modo un pesante mattone di geopolitica siriana, tutt’altro. La Malek rimette al loro posto tasselli della Storia nel modo più fruibile ed efficace possibile: affiancando ad uno sguardo storico lucidissimo ma assolutamente comprensibile – frequenti sono le parentesi didascaliche, quasi da manuale – un personalissimo memoir e l’appassionante storia della propria famiglia, i cui snodi costeggiano e rispecchiano la parabola siriana dell’ultimo secolo. I protagonisti ed il loro quotidiano, la loro cultura, le tradizioni e gli affetti, i legami che uniscono e dividono, sono gli scorci che popolano le migliori pagine del libro. Affascinano e commuovono, viviamo attraverso i loro occhi la vita sotto il regime, l’abitudine alle ingiustizie e alla violenza senza scrupoli, la paura e il rischio quotidiano, l’indicibile sensazione di sentirsi profughi nella propria casa. È una Siria bloccata, stremata ma dolorosamente cosciente, situazione che la stessa nonna dell’autrice si troverà ad incarnare attraverso la sua malattia. Il paese che era la nostra casa è, infine, anche un caldo atto d’amore. Un amore profondo e nostalgico per un popolo ed un Paese che sono tante cose, ma, prima di tutto, sono casa. Peccato per i numerosi piccoli refusi che costellano l’edizione, che tuttavia nulla tolgono a queste pagine densissime ma scorrevoli, appassionanti, coinvolgenti, illuminanti e ad oggi, possiamo dirlo a gran voce, davvero necessarie.

LEGGI L’INTERVISTA A ALIA MALEK



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER