Il paese dei segreti addii

Il paese dei segreti addii

Un rivolo rosso sangue sporca la neve del piccolo paese di Pietrafiorita, sulle montagne della Lucania. A scoprire quell’imprevisto squarcio nell’apparente ordine del borgo sono due fratellini, Lullo e Ninì, fratelli solo per parte di madre, la vedova Rosina, che ‒ dopo la morte del marito – s’è rifatta delle inadempienze del castissimo coniuge e ha messo al mondo numerosi figli, tutti di padri diversi e ignoti. Questo dettaglio è però irrilevante per Michele che, tornato dalla guerra senza gambe, è finalmente felice di vivere con la vedova quell’amore che ha sempre sognato. Certo i due devono fare i conti con l’invidia di mezzo paese, a cominciare dal maresciallo Carmelo, detto Merluzzo per il fetore del suo fiato e don Fulgenzio, il prete, soprannominato Ammèn: due loschi figuri legati da un oscuro passato e adesso occupati a spartirsi il controllo del paese. Più su, nella parte alta del borgo, il vecchio Geremia, detto il Senzanome, un anarchico disertore, ebreo e intollerante a ogni autorità, ha potuto finalmente riabbracciare Habel, il figlio primogenito, dopo una lontananza di dieci anni. Il ragazzo se n’era andato a seguito della morte accidentale del fratello, che non era riuscito a salvare dal gorgo gelido del fiume. Ma ora Habel è scomparso di nuovo. Che sia proprio quel rivolo rosso sangue sulla neve a dire dov’è?...

Con il passo lento e suggestivo di una ballata, Mimmo Sammartino imbastisce un racconto di creature dolenti e provate dalla vita. Pietrafiorita somiglia a una sorta di Spoon River abitato da anime alla deriva, forse non ancora morte ma descritte come se si trovassero in un limbo senza tempo, una terra di nessuno dove però sopravvivono quelle passioni che sono all’origine di ogni racconto, di ogni epopea. L’autore ha un tocco quasi arcaico nel raccontarci il passato dei suoi personaggi, abbandonarli solo in apparenza e poi, come un cantastorie di altri tempi, riprenderli al momento opportuno per mostrarci che tutti, disertori, mutilati, angeli, zingari, sordomuti, ubriaconi e ninfomani, sono collegati fra loro e insieme, forse loro malgrado, costituiscono la trama e l’ordito di un’unica storia costruita tessendo assieme tutte le altre storie. Pietrafiorita è dunque un microcosmo, una terra di mezzo difficile da raggiungere. “Potevano trovarlo gli sperduti. Potevano finirci le soldataglie sbandate in fuga, a caccia di nascondigli e di razzie. Era un rifugio per i corvi erranti che prediligevano la solitudine per edificare i loro nidi”. Il luogo perfetto, insomma, dove far germogliare le storie torbide e oscure che Sammartino ha saputo con perizia raccontare.

 


 

 

 

 

 
 
 
 

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