Il paese della paura

Il paese della paura
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Carlos, Sara e Pablo sono una famiglia qualsiasi, che vive in un quartiere residenziale di una grande città come ce ne sono molte, in un palazzo uguale a tanti altri. La loro giornata scorre regolare fino a quando Sara non scopre alcuni piccoli furti di banconote dal suo portafoglio, mancanze tra i suoi ori e poi tra gli arredi di casa, dvd, libri, tra i giochi di Pablo. Incolpa sin da subito Naima la cameriera, licenziandola e poi sfuggendo ai pianti e agli inseguimenti della ragazza e del suo fidanzato. Ma le sparizioni continueranno, fino a quando Carlos e Sara non scopriranno che Pablo è vittima di un ricatto da parte di un suo compagno di scuola. Questo fatto è una sorta di conferma alle loro certezze - ma potremmo chiamarle aspettative. E cioè che il mondo è pericoloso, in ogni suo aspetto, da ogni punto di vista. I due genitori, infatti, vivono nella paura, nel timore che dietro ogni angolo ci possa essere un potenziale pericolo in agguato. Ed è una caratteristica ereditata dai genitori o da chi, ancora prima, vedeva la realtà dallo stesso punto di vista. La società stessa, con le fiction e la programmazione televisiva in generale, ci educa alla paura, abituandoci ad una convivenza con il nodo in gola. Per questo i due genitori, soprattutto Carlos, non sapranno reagire a questa situazione, entrando in una spirale di ricatti e di angoscia crescente e senza sbocchi…
Carlos, il protagonista principale del romanzo di Isaac Rosa, è un concentrato di paure tipiche del nostro tempo. Qualsiasi situazione, qualsiasi persona per lui è un pericolo ed un probabile generatore di violenza. I poveri sono potenziali criminali che accecati dalla fame e dagli stenti potrebbero aggredirci, i poliziotti non sono certo angeli educatori ma figure che usano la violenza per imporre la legge. Ogni oggetto potrebbe diventare un’arma, ogni ombra nasconde una minaccia. Certo, Carlos sa che le sue sono paure esagerate, ne è perfettamente consapevole, ma non può farci nulla, nemmeno vuole impedirsi di pensare ossessivamente a questo. Anzi, crede che non sarebbe affatto male giocare con gli amici o con i colleghi elencando quali armi spaventino di più, descrivendo ciascuno il proprio “paese della paura” immaginario. Ma sa che non può farlo, perché verrebbe deriso e schernito per vigliaccheria, proprio come suo cognato poliziotto sta già facendo. Anche Sara, da parte sua, considera il figlio Pablo in costante pericolo, trasformandolo in un bambino triste, spaventato dalla propria ombra, incapace di reagire sin da subito agli atti di bullismo nei suoi confronti. Il messaggio che ci arriva è che la paura genera altra paura, autoalimentandosi fino a diventare un fiume in piena ed inarrestabile. E che l’insicurezza è un buon argomento per mantenere in allerta l’individuo, chiuso dentro una gabbia virtuale che lo tiene sotto controllo.


Leggi l'intervista a Isaac Rosa

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