Il Paese sotto la pelle

Il Paese sotto la pelle
Nascere in mezzo alla calura nel pieno di una partita di baseball in un affollatissimo stadio a Managua, in Nicaragua, quando meno sua madre se l’aspettava qualcosa avrà pur dovuto significare nella vita di Gioconda Belli. Figlia della borghesia dai costumi europei della Managua ‘bene’, la Managua che conta, Gioconda da bambina non aveva mai dato il minimo sospetto di un temperamento scalpitante che si sarebbe risolto nella più accesa delle posizioni rivoluzionarie. Nulla in quella creaturina infiocchettata e a modo lasciava presagire la femminista guerrigliera che avrebbe vissuto tutta la propria vita in modo sanguigno e con tale intensità da apparire irrazionale, confusa, goffa e intemperante. Da giovane pubblicitaria educata in Spagna e negli Stati Uniti, Gioconda inizia ad entrare in contatto con un ambiente diverso da quello della sua estrazione sociale, inizia a guardare il mondo con altri occhi. La sua personale e definitiva catarsi si consuma nel tradimento di un matrimonio tutto sommato inutile che le spalanca davanti agli occhi nuove consapevolezze. Uomini e parole iniziano a costellare la sua intemperanza dal momento in cui entrambe le cose affiorano dal profondo di una vita agiata. Inizia a scrivere poesie, a leggere Fanon e Galeano e inizia a capire che il mondo non è quello che vedeva dal finestrino della sua macchina. Via le cateratte della borghesia, quando la dittatura di Somoza morde il popolo ai fianchi Gioconda entra nel Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, pascendo in quell’ambiente sia il suo spirito rivoluzionario sia la sua consapevolezza di donna senza rinunciare mai a niente: mai agli uomini, mai ai figli. Mai all’amore…
Due sono le cose estranee alla sua volontà, ma che hanno caratterizzato tutta la vita ed il pensiero di Gioconda Belli: essere nata in Nicaragua ed essere donna. Tutto nella sua vita sembra votato alla rottura degli schemi, ma anche alla più profonda e chiara delle consapevolezze femminili: il valore simbolico del corpo ed il potere rigido ed indiscutibile della volontà, della dignità e dell’intelligenza. In lei si mescolano, convivendo senza cozzare, l’impeto rivoluzionario di una femminilità da mostrare e spesso ostentare con sfacciataggine calandola nei modelli sociali e politici tipicamente maschili e lo slancio materno e domestico della tradizionale spartizione dei ruoli tra uomo e donna. L’immagine che da di sé, plasticamente semplificativa di tutto quello che è stata la sua vita, è quella di una donna che con una mano regge un biberon e con l’altra imbraccia un fucile: l’emblema razionalmente concepito di una donna che vive la sua epoca e gli anni bui della dittatura nel suo paese senza rinunciare al fondamento cardinale della propria femminilità nel succo della maternità. L’autobiografia di Gioconda Belli è come il barattolo di Nutella al quale si ritorna senza darsi mai pace fintanto che non è terminato. Si legge come un romanzo intenso e appassionato, di quelli tipici della letteratura latinoamericana che grondano sensualità, rabbia e rivoluzione. Confessa la sua vita senza nascondervi nulla perché tutto è stato necessario a lastricare la sua strada di donna, madre, amante e rivoluzionaria ed è l’esempio di come la storia personale possa intrecciarsi fino a confondersi con la storia del proprio Paese amato, difeso e liberato.

 

 

 

 
 
 
 
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